Massimo Adriatici condannato a dodici anni per l’omicidio di Younes El Boussettaoui, il giudice riscrive l’accusa in volontario
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Sono trascorsi quasi cinque anni da quella sera di luglio del 2021, quando in piazza Meardi a Voghera, davanti al bar Ligure, un colpo di pistola interruppe la vita di Younes El Boussettaoui, 39enne marocchino senza dimora, e travolse quella di Massimo Adriatici, all’epoca assessore comunale alla Sicurezza per la Lega, trasformandolo da rappresentante delle istituzioni a imputato. Il processo di primo grado, giunto oggi alla sua conclusione dinanzi al giudice Luigi Riganti, ha inflitto all’ex amministratore una condanna a dodici anni di reclusione per omicidio volontario, una pena che supera persino la richiesta formulata dal procuratore capo Fabio Napoleone, ferma a undici anni e quattro mesi, e che sconfessa in maniera netta le ricostruzioni iniziali dei fatti. La parte civile, costituita dai familiari della vittima – i genitori, i due fratelli e le due sorelle – ha ottenuto anche un risarcimento provvisionale immediatamente esecutivo di 380mila euro, con 90mila euro ciascuno per il padre e la madre e 50mila euro per ognuno dei fratelli e delle sorelle, a parziale ristoro di un danno che la sorella Bahija, con le parole cariche di attesa fuori dall’aula, ha definito incolmabile fino a che non vedrà Adriatici condotto in carcere con le manette ai polsi -1-5.
La vicenda giudiziaria che ha portato a questa sentenza, la prima dopo un lungo e tortuoso iter, ha assunto fin da subito i contorni di un caso giuridico complesso, segnato da una clamorosa retromarcia della pubblica accusa rispetto alle prime imputazioni. Nel corso del primo procedimento, durato circa un anno e scandito da undici udienze, la giudice Valentina Nevoso, anziché emettere una sentenza, aveva preso una decisione radicale il 6 novembre 2024: emise un’ordinanza con cui chiedeva alla procura di riqualificare il reato, passando dall’iniziale ipotesi di eccesso colposo di legittima difesa – per la quale la richiesta di pena era di tre anni e sei mesi – a quella ben più grave di omicidio volontario -5. Un atto dovuto, a parere del giudice, alla luce degli elementi emersi e della dinamica ricostruita, che imponeva una nuova cornice giuridica per i fatti accaduti quella sera. Il nuovo capo di imputazione, sostenuto in requisitoria dal procuratore Napoleone, sottolineava come il proiettile che colpì El Boussettaoui tra il torace e l’addome, cagionandogli una emorragia fatale e una morte rapida, fosse stato esploso da Adriatici in violazione dei doveri connessi al suo ruolo di assessore -1.
Se nelle ore immediatamente successive alla tragedia le reazioni politiche erano state fulminee e nette – con Matteo Salvini, allora leader della Lega, che parlò di colpo accidentale partito durante una difesa da un’aggressione, e l’europarlamentare del medesimo partito, Angelo Ciocca, che arrivò a ipotizzare una tragedia ben diversa, quella di una violenza su una donna, qualora l’assessore non fosse intervenuto – il percorso processuale ha seguito una logica tutta interna alle carte e alle prove. Adriatici, che inizialmente aveva raccontato di essere caduto dopo uno spintone ricevuto, facendo partire accidentalmente il colpo, aveva sempre avuto con sé l’arma, legalmente detenuta, e come emerse già nei primi interrogatori la teneva con il colpo in canna, una scelta che il suo legale all’epoca giustificò con l’esigenza di poter sparare senza stress in caso di pericolo imminente -2. Le telecamere di sorveglianza, sebbene non riprendessero l’esatto momento dello sparo – avvenuto in un punto cieco dopo una colluttazione – avevano immortalato i momenti precedenti, mostrando El Boussettaoui colpire con un pugno Adriatici, facendolo cadere a terra, prima che entrambi uscissero dal campo visivo delle videocamere -6.
Scegliendo il rito abbreviato, che comporta lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna, la difesa di Adriatici – rappresentata dagli avvocati Luca Gastini e Carlo Alleva – ha di fatto accettato che il processo si svolgesse senza la pubblica discussione dibattimentale, sulla base degli atti raccolti durante le indagini. Una scelta che ha portato a porte chiuse la seconda fase del procedimento, quella avviata dopo la riqualificazione del reato, e che ha impedito l’audizione di testimoni, ma che non ha impedito alla famiglia El Boussettaoui, assistita dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, di continuare a chiedere giustizia, rifiutando più volte offerte risarcitorie – una da 220mila euro e altre precedenti – giudicate offensive e inadeguate rispetto alla richiesta di verità processuale -5. La determinazione dei familiari, che hanno visto la moglie e i figli della vittima ritirarsi dalla parte civile nell’aprile del 2024 dopo aver accettato un risarcimento di 250mila euro, non è mai venuta meno, culminando nell’abbraccio commosso tra Bahija e la sua legale all’indomani della lettura della sentenza -5-8.
L’iter giudiziario e il cambio di rotta della procura
La decisione del giudice Riganti arriva al termine di un procedimento che ha visto la procura, inizialmente orientata verso una richiesta di condanna mite, mutare radicalmente prospettiva. L’ordinanza della giudice Nevoso del novembre 2024 aveva infatti imposto agli inquirenti di rileggere la dinamica non più come una reazione sproporzionata a un’aggressione, ma come un gesto volontario, consapevole, compiuto da un uomo che, forte del suo ruolo e della sua esperienza di ex poliziotto, non poteva ignorare le conseguenze del suo agire. Il procuratore Napoleone, recependo quell’indicazione, formulò un’accusa nuova, chiedendo una pena severa che il giudice ha addirittura inasprito arrivando a dodici anni, quasi il doppio di quanto ipotizzato all’inizio dell’inchiesta.
Le motivazioni della sentenza, che verranno depositate entro i prossimi novanta giorni, chiariranno nel dettaglio gli elementi che hanno convinto il giudice della sussistenza del dolo, ma ciò che appare evidente è la distanza abissale tra la realtà processuale e le prime, affrettate, narrazioni pubbliche. Mentre la politica discuteva di legittima difesa e di ordine pubblico, la macchina della giustizia procedeva spostando l’asticella della responsabilità penale sempre più in alto. L’ex assessore, soprannominato ai tempi "sceriffo" per le sue posizioni dure in materia di sicurezza, ha ascoltato la condanna che di fatto ribalta la sua versione dei fatti, quella stessa versione che lo aveva portato a passare dalle dichiarazioni di aver sparato accidentalmente durante una caduta, al successivo parziale vuoto di memoria, fino alla posizione processuale che, con il rito abbreviato, ha di fatto demandato al giudice la parola definitiva -2-8.
Il risarcimento e le parole della famiglia della vittima
Fuori dal tribunale, l’atmosfera era carica di tensione e di commozione. La sorella di Younes, Bahija El Boussettaoui, ha espresso un sentimento di giustizia solo parziale: soddisfatta per la condanna, che non si aspettava così pesante, ma ferma nel ribadire che la vera contentezza arriverà soltanto quando vedrà Adriatici entrare in carcere. Il risarcimento provvisionale, pur consistente, è passato in secondo piano rispetto al bisogno di verità e di riconoscimento della dignità della vittima, un bisogno che i legali di parte civile hanno perseguito con tenacia, paragonando questa battaglia ad altre, come quella per l’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo, per affermare un principio universale di uguaglianza di fronte alla legge. La condanna di primo grado segna un punto di svolta importante in una storia che ha diviso l’opinione pubblica e che ora, in attesa di un possibile appello da parte della difesa, consegna agli atti giudiziari una verità molto diversa da quella ipotizzata nelle sere successive al delitto. Adriatici, che ha sempre goduto della libertà durante il processo, vedrà ora il suo destino legato ai prossimi gradi di giudizio, mentre la città di Voghera e i familiari di Younes restano in attesa di un epilogo definitivo che possa finalmente chiudere una ferita aperta ormai da cinque anni.




