Omicidio volontario, 12 anni all’ex assessore di Voghera Massimo Adriatici

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il tribunale di Pavia, con una sentenza che ha superato la stessa richiesta formulata dalla procura, ha condannato a dodici anni di reclusione Massimo Adriatici, l’ex assessore alla Sicurezza di Voghera, per l’omicidio volontario di Younes El Boussettaoui. Il giudice Luigi Riganti, al termine del giudizio abbreviato, ha dunque riconosciuto la responsabilità penale dell’imputato, avvocato ed ex poliziotto, per la morte del 39enne marocchino, avvenuta la sera del 20 luglio 2021 nella centrale piazza Meardi. Contestualmente alla pena detentiva, è stato disposto un consistente risarcimento provvisionale in favore dei familiari della vittima, quantificato in 380mila euro complessivi e suddiviso in novantamila euro per ciascuno dei genitori e cinquantamila euro per ognuno dei due fratelli e delle due sorelle, che si erano costituiti parte civile assistiti dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli. La condanna, arrivata a quasi cinque anni di distanza dai fatti e al termine di un iter giudiziario complesso, ha quindi superato l’imputazione della procura, che aveva chiesto undici anni e quattro mesi, e ha nettamente respinto la tesi difensiva che invocava l’assoluzione per legittima difesa o per un presunto stato di incapacità naturale dovuto a un momentaneo blackout.

Il lungo percorso giudiziario e la riqualificazione del reato

La vicenda processuale che ha condotto a questo verdetto è stata caratterizzata da una significativa evoluzione nella qualificazione giuridica del fatto. Inizialmente, Adriatici era stato accusato di eccesso colposo di legittima difesa, un’impostazione che era stata seguita per circa un anno e undici udienze. Tuttavia, un punto di svolta decisivo si è verificato il 6 novembre 2024, quando la giudice Valentina Nevoso, anziché pronunciare una sentenza, aveva emesso un’ordinanza con cui chiedeva alla procura di riqualificare l’accusa in omicidio volontario, ipotizzando il dolo eventuale. Secondo l’impostazione della magistrata, Adriatici avrebbe dovuto rappresentarsi e accettare il rischio di uccidere nel momento in cui, dopo aver mostrato l’arma a El Boussettaoui ed essere stato da questi colpito al volto, esplose il colpo fatale. La procura, con il procuratore capo Fabio Napoleone, recepì l’indicazione e formulò un nuovo capo d’imputazione, sottolineando come il proiettile, esploso in violazione dei doveri connessi al suo ruolo di assessore, avesse colpito la vittima tra il torace e l’addome provocando un’emorragia fatale in pochi istanti.

La dinamica ricostruita e la posizione della difesa

Elemento cruciale per la ricostruzione dei fatti, sebbene non siano state riprese le fasi finali della sparatoria, sono state le immagini delle telecamere di sorveglianza della piazza, che hanno permesso di delineare i concitati momenti precedenti lo sparo. Dai filmati emerge che Adriatici, quella sera, era armato e aveva iniziato a seguire El Boussettaoui, un senzatetto con problemi psichici. In un certo punto della piazza, l’ex assessore aveva estratto e mostrato la pistola all’uomo, il quale aveva reagito colpendolo con una manata o un pugno al volto, facendolo cadere a terra e facendogli perdere gli occhiali. Dopo essersi rialzato, Adriatici aveva raggiunto la vittima dietro l’angolo di via Fratelli Rosselli, dove è stato esploso il colpo di pistola, una Beretta calibro 22 regolarmente detenuta, che è risultato mortale. La difesa, rappresentata dagli avvocati Luca Gastini e Carlo Alleva, ha sempre sostenuto che l’ex assessore si trovasse in uno stato di incapacità naturale al momento dello sparo, affermando che dopo l’aggressione avrebbe perso lucidità, agendo in un blackout mentale. Una tesi, quella della legittima difesa o dell’incoscienza, che il giudice Riganti ha evidentemente deciso di non accogliere, condannando l’imputato per omicidio volontario, una pena che, per effetto della scelta del rito abbreviato, sarà ridotta di un terzo.

Le reazioni immediate e il risarcimento alle parti civili

La condanna in primo grado, che supera la richiesta della stessa accusa, è stata accolta con favore dai legali della famiglia El Boussettaoui, che hanno visto riconosciuta la bontà della loro battaglia legale volta a ottenere giustizia per Younes. L’avvocata Debora Piazza, in una dichiarazione rilasciata all’Adnkronos, ha sottolineato il significato profondo della sentenza, affermando che essa riafferma il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, un principio che ha voluto accostare ad altre vicende giudiziarie di cronaca nera. I familiari della vittima, costituitisi parte civile, avevano chiesto un risarcimento di due milioni di euro e avevano in passato rifiutato le offerte economiche avanzate dall’imputato, quantificate intorno ai 250mila euro. Il provvisionale immediatamente riconosciuto dal tribunale, che ammonta a 380mila euro, rappresenta un primo importante riconoscimento del danno subito, in attesa di un definitivo risarcimento che verrà stabilito in separata sede. L’ex assessore, che all’epoca dei fatti venne difeso pubblicamente dal leader della Lega Matteo Salvini, il quale parlò immediatamente di legittima difesa, potrà ora ricorrere in appello contro la sentenza del giudice Riganti.

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