L’arcivescovo Pezzi lascia Mosca, il Papa nomina Dubinin amministratore apostolico
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Redazione Esteri
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La Chiesa cattolica in Russia, un Corpo estraneo eppure radicato in una terra storicamente ortodossa, attraversa un passaggio inedito. Leone XIV, accogliendo la richiesta presentata dall’arcivescovo Paolo Pezzi, ha ufficializzato la fine del suo governo pastorale alla guida dell’arcidiocesi metropolitana della Madre di Dio a Mosca. La notizia, diffusa attraverso il bollettino della Sala stampa vaticana, porta con sé il peso di una conclusione – quella di un’esperienza durata oltre vent’anni – che il diretto interessato avrebbe definito, secondo fonti vicine alla Curia, “sofferta ma serena”. Una dicotomia, quest’ultima, che riflette la complessità di guidare una circoscrizione ecclesiastica in un contesto geopolitico tra i più intricati del panorama contemporaneo.
Un episcopato lungo due decenni e le ragioni di un addio anticipato
Originario di Russi, nel ravennate, dove vide la luce l’8 agosto 1960, Pezzi appartiene alla Fraternità di San Carlo Borromeo, una realtà sacerdotale legata al movimento di Comunione e Liberazione. Lasciare Mosca non è per lui un atto dovuto all’età: avrebbe potuto teoricamente restare fino al compimento dei 75 anni canonici, spingendo la sua permanenza fino a circa trentacinque anni complessivi sul suolo russo. La rinuncia, invece, arriva prima, motivata da ragioni personali che il bollettino vaticano non specifica, ma che interrompono una stagione segnata da responsabilità non indifferenti. La sua missione si è svolta in una federazione dove lo spazio per il cattolicesimo, spesso visto con sospetto dalle autorità e dal patriarcato ortodosso, si è ristretto e dilatato a fasi alterne, imponendo al presule un equilibrio costante tra diplomazia silenziosa e difesa del gregge.
Il vuoto pastorale e la soluzione transitoria di Dubinin
Con l’accettazione delle dimissioni, la sede moscovita diventa immediatamente “vacante”. Per colmarla – in attesa di una nomina strutturale – Leone XIV ha scelto di non nominare un successore a titolo definitivo, optando per una soluzione interna e provvisoria. La scelta è caduta su Nikolai Dubinin, che già dal 2020 ricopriva l’incarico di vescovo ausiliare della stessa arcidiocesi della Madre di Dio. A costui è stato affidato l’incarico di amministratore apostolico “sede vacante”, una figura che, senza possedere la pienezza dei poteri di un arcivescovo residenziale, garantisce la continuità amministrativa e sacramentale. Dubinin conosce bene il territorio, i sacerdoti e le decine di piccole comunità spesso costrette a vivere una fede appartata, lontana dai riflettori delle grandi cattedrali.
Contesto e assenza di clamore in un momento storico ordinario
Nessun particolare clamore ha accompagnato l’annuncio, come del resto accade per la maggior parte dei ricambi nella gerarchia vaticana quando non vi sono crisi diplomatiche in atto. La Russia di oggi, con la guerra in Ucraina che prosegue consumando risorse e attenzione globale, rappresenta per il Vaticano un fronte delicatissimo: le relazioni con il patriarcato di Mosca sono da tempo congelate su molti dossier, mentre la presenza cattolica si limita a poche decine di parrocchie sparse in un’immensa federazione. Pezzi, che ha visto mutare il paese sotto i presidenzialismi di Eltsin, Putin (oggi al potere da oltre due decenni) e il breve interregno di Medvedev, lascia una struttura piccola ma viva. La sua uscita di scena, priva di processi pubblici o dichiarazioni ad effetto, è semplicemente un fatto amministrativo che diventa cronaca.
Un ricambio che non interrompe il filo della missione
Dubinin, da parte sua, eredita una macchina organizzativa ridotta all’essenziale. L’amministratore apostolico non potrà compiere scelte epocali – vincolato com’è dalla natura temporanea dell’incarico – ma avrà il compito di custodire il patrimonio esistente: dai battesimi alle cresime, dal dialogo ecumenico (dove il margine di manovra è esiguo) alla gestione dei pochi seminari. Il fatto che la Santa Sede abbia scelto un ausiliare già operante sul campo, piuttosto che inviare un nuovo volto dall’Italia o dalla Polonia, segnala una volontà di continuità e di basso profilo. Per i fedeli cattolici di Mosca, abituati a celebrare in chiese che spesso non hanno l’aspetto di luoghi di culto – nascoste in cortili o in edifici riadattati – questo cambio al vertice non modificherà la vita quotidiana. Resta, incollato al muro della memoria, il lungo servizio di Pezzi, che per vent’anni ha rappresentato un riferimento silenzioso e tenace in una delle capitali più difficili del mondo per chi indossa una croce pettorale.




