Cuba, il blocco navale e l’incriminazione di Raúl Castro: l’assedio che strangola l’isola tra blackout e boxe ferma
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Che Cuba non sia l’Iran, lo sanno bene alla Casa Bianca; eppure, l’amministrazione Trump ha deciso di stringere ulteriormente la morsa attorno all’isola, attivando un dispositivo ibrido che mescola diplomazia delle cannonieri e diritto penale. La notizia, destinata a monopolizzare i dibattiti delle cancellerie, è duplice: da un lato, il dispiegamento nei Caraibi di un gruppo d’attacco navale guidato dalla portaerei USS Nimitz (una nave a propulsione nucleare capace di trasportare oltre sessanta velivoli), dall’altro, l’incriminazione formale dell’ex leader cubano Raúl Castro per l’abbattimento, risalente al 1996, di due aerei civili in acque internazionali. Se Washington parla ufficialmente di “esercitazioni di routine” incluse nell’operazione Southern Seas 2026, la tempistica – coincidente con la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità a Ginevra – rivela una strategia ben precisa: asfissiare l’economia dell’Avana mentre la si isola politicamente.
L’assedio invisibile: quando la salute diventa un’arma
Mentre l’attenzione dei media si concentra sui movimenti della Nimitz, a Ginevra la delegazione cubana ha consegnato alle cancellerie un rapporto dettagliato che descrive una realtà fatta di blackout letali e ospedali al collasso. Il blocco economico, hanno spiegato, è entrato in una fase definita “di asfissia energetica”: senza petrolio, le centrali dell’isola restano spente, e senza elettricità non funzionano i respiratori, le catene del freddo per i vaccini né i sistemi di purificazione dell’acqua. Parliamo di una crisi umanitaria silenziosa, se vogliamo, ma devastante, che riduce il diritto alla salute a una chimera per la popolazione civile. L’assemblea dell’OMS ha ascoltato la denuncia, ma nessuna risoluzione vincolante è ancora all’orizzonte; e intanto, negli ospedali dell’Avana, si torna a spegnere i ventilatori per risparmiare carburante per le ambulanze.
“Non hanno niente”: il dilemma strategico di Trump
L’atteggiamento della Casa Bianca, in questo contesto, appare quasi paradossale. Lo stesso presidente Trump – che dell’isola ha detto senza mezzi termini che “non hanno soldi, non hanno petrolio, non hanno niente di niente, soltanto dei paesaggi carini” – ha dovuto giustificare pubblicamente la presenza della portaerei, negando che si tratti di un’intimidizione. E allora viene da chiedersi: se Cuba è già ridotta in ginocchio, a cosa serve la Nimitz? Forse a garantire che nessuna petroliera proveniente dal Venezuela (dove gli Stati Uniti controllano ormai le risorse) riesca a forzare il blocco. Forse perché l’amministrazione teme una reazione violenta del regime, o più semplicemente vuole accelerare i tempi di un collasso che tarda ad arrivare. La risposta, probabilmente, sta nelle parole del Segretario di Stato Marco Rubio, che ha ipotizzato un piano di aiuti da cento milioni di dollari gestito dalla Chiesa cattolica, una mossa che l’Avana ha rifiutato perché vorrebbe destinare quei fondi al conglomerato militare GAESA.
La boxe e la resistenza quotidiana: la lezione di Santiago Suarez
In mezzo a questo scacchiere geopolitico, fatto di portaerei e tribunali federali, la voce di chi vive la crisi sulla pelle rischia di perdersi. Prendiamo Santiago Suarez, l’allenatore capo della Nazionale giovanile cubana di boxe: uno sport che ha regalato all’isola una sfilza infinita di medaglie olimpiche, da Teofilo Stevenson fino ai giorni nostri. Suarez, come riporta un’intervista recente, descrive un paese paralizzato: le palestre sono chiuse da tre mesi. Non esistono strutture private, precisa, tutto è statale, e senza elettricità per i trasporti e senza carburante per muoversi, i ragazzi non possono allenarsi. “È un momento buio”, dice l’allenatore, che però nega di temere un’invasione militare. La sua è una resistenza silenziosa, fatta di piccoli sacrifici per portare il cibo a tavola, mentre all’estero – in Italia, ad esempio – ci sono molti tecnici cubani che hanno scelto la via dell’esilio professionale.
L’esodo silenzioso: Sadiel Gonzalez e il “piano Baia dei Porci al contrario”
Proprio l’Italia, e in particolare l’Alto Adige, è diventata una tappa di questo esodo contemporaneo. C’è una storia esemplare, quella di Sadiel Gonzalez: arrivato nella provincia di Bolzano da ragazzo con un visto turistico e la decisione netta di non tornare indietro. La sua vicenda personale, al confine tra attivismo e integrazione, è stata persino oggetto di un documentario (“My Boyfriend the Fascist”) che esplora la complessità dell’identità cubana in Europa. Non è un caso isolato, ma il sintomo di un esodo che riguarda anche i tecnici dello sport e i professionisti. Trump, parlando di Cuba, ha evocato l’incubo di una “Baia dei Porci al contrario”, ma forse l’inversione è già avvenuta: non un’invasione via mare, ma uno spopolamento silenzioso, una fuga di cervelli che svuota l’isola della sua linfa vitale, mentre le navi da guerra pattugliano l’orizzonte.




