Anastasia Kucherova, l’architetta russa che ha scelto di sfilare per l’Ucraina: “Ora ho smesso di avere paura”
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Redazione Sport
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Il boato di San Siro, quel boato assordante e liberatorio che ha accompagnato l’ingresso della delegazione ucraina sul prato dello stadio per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, nascondeva una storia nella storia. Dietro i grandi occhiali scuri e il cappuccio di un lungo piumino argentato, chi reggeva il cartello illuminato con il nome dell’Ucraina non era una volontaria qualunque, ma Anastasia Kucherova, architetta trentacinquenne nata a Mosca e residente a Milano da quattordici anni. Il suo gesto, che nelle intenzioni iniziali doveva rimanere anonimo, è stato svelato prima sui social e poi in un’intervista all’Associated Press, trasformandosi in una presa di posizione netta e coraggiosa contro la guerra che la Russia del presidente Vladimir Putin ha scatenato contro l’Ucraina. Un atto di dissenso silenzioso ma potentissimo, compiuto proprio nel giorno del secondo anniversario della morte del leader dell’opposizione russa Alexei Navalny, un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di significato alla sua scelta -1.
La scelta consapevole di un gesto simbolico
Il meccanismo che ha portato Kucherova a trovarsi in quella posizione non è stato frutto del caso. Se inizialmente l’assegnazione delle novantadue nazioni ai volontari era prevista in modo casuale, il coreografo ha chiesto se qualcuno avesse preferenze e lei, senza esitazione, ha chiesto di accompagnare l’Ucraina -2. «Ho scelto di rappresentare l’Ucraina perché sostengo questo Paese sin dall’inizio del conflitto», ha spiegato in seguito, «anche se sono cittadina russa, non approvo le azioni del mio Paese, sin dal 2014, quando è iniziata l’annessione illegale e scandalosa della Crimea» -3. Un gesto, il suo, che lei stessa definisce di resistenza, un modo per riaccendere i riflettori su una guerra che prosegue ormai da anni e che rischia di scivolare nell’oblio dell’opinione pubblica mondiale. La volontà era quella di stare fisicamente dalla parte degli atleti ucraini, riconoscendo in loro e nei loro sacrifici il simbolo di una resistenza che va ben oltre lo sport. «Penso che meritino tutta l’attenzione e tutto il sostegno del mondo», ha aggiunto, «questo è il motivo per cui ho voluto stare dalla loro parte, anche se è piuttosto difficile nella mia posizione» -6.
Le lacrime nascoste e il contatto umano con gli atleti
Poco prima di varcare il cosiddetto “Stargate” che immette nel terreno di gioco, Kucherova si è voltata verso i cinque atleti che avrebbe guidato, atleti come la portabandiera Yelyzaveta Sydorko, pattinatrice di short track, e il pattinatore artistico Kyrylo Marsak, entrambi con i padri al fronte a combattere -2. Non sapeva cosa dire a persone che hanno subìto un danno così profondo a causa del suo Paese d’origine. «Non esistono parole che possano cancellare il danno che queste persone hanno subito», ha raccontato, «e non esiste parola che si avvicini al perdono» -1. Così, ha semplicemente azzardato una previsione: l’intero stadio li avrebbe omaggiati con una standing ovation. I volti degli atleti, ha ricordato, lasciavano trasparire un certo scetticismo. Poi l’ingresso a San Siro e l’abbraccio sonoro di ottantamila persone. «È stata una sensazione fantastica», ha confessato, «ho pianto sotto gli occhiali. Mi sentivo parte di questa grande folla che accoglieva queste persone e riconosceva la loro indipendenza, riconosceva la loro volontà di libertà, il loro coraggio nell’arrivare fino alle Olimpiadi» -3. Un’emozione resa ancora più intensa dal fatto che gli atleti, senza che nessuno li informasse della sua nazionalità, le si sono rivolti in russo, riconoscendo in lei un segno di quel legame profondo tra i due popoli che la guerra sta cercando di distruggere.
La paura del regime e il dovere di parlare
Vivere in Italia dal 2018, lontana dalla Russia, non la mette al riparo dalle possibili conseguenze delle sue dichiarazioni. Kucherova è consapevole del rischio che corre espandosi in questo modo, soprattutto considerando le possibili ripercussioni su amici o conoscenti ancora in patria. «So che posso avere dei problemi in Russia con queste dichiarazioni», ha ammesso, e «non posso garantire che le mie dichiarazioni non danneggeranno nessuno intorno a me» -8. Eppure, è proprio la paura a dover essere combattuta. Il suo ragionamento è lineare e privo di retorica: se lei, che vive in un paese democratico e gode di piena libertà di espressione, continua ad avere timore, allora significa che il regime ha vinto. «Ho amici in Russia che non possono parlare, che hanno paura del regime», ha spiegato, «devo dare voce a chi rischia la prigione o la vita» -2. In un singolare scherzo del destino, prima di guidare l’Ucraina, Kucherova aveva sfilato con il cartello della Danimarca, ricevendo anche in quel caso una calorosa ovazione per la resistenza di Copenaghen alle pressioni degli Stati Uniti del presidente Trump riguardo alla Groenlandia, una coincidenza che l’ha fatta riflettere -1. Il suo atto, nato come un gesto quasi timido e nascosto, è diventato così un messaggio universale e potente, consegnato al mondo intero dalla cornice delle Olimpiadi.




