Anastasia Kucherova, l’architetta russa che ha sfilato per l’Ucraina: «Stanca di avere paura»
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Redazione Sport
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Avvolta in quel piumino argentato dal cappuccio pesante, il volto nascosto dietro lenti scure che dovevano garantirle l’anonimato, Anastasia Kucherova ha attraversato il prato di San Siro reggendo il cartello luminoso con il nome dell’Ucraina. Nessuno, tra le ottantamila persone presenti allo stadio e i milioni di telespettatori collegati in diretta mondiale per la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, poteva sapere che sotto quegli occhiali neri una cittadina russa piangeva. Solo giorni dopo, quando ha rotto il silenzio che si era imposta, l’architetta trentacinquenne nata a Mosca e trapiantata a Milano da quattordici anni ha svelato la storia dietro quel gesto apparentemente semplice ma dal peso politico enorme: la sua scelta di guidare la delegazione ucraina non era stata affidata al caso -2-7.
La meccanica dell’assegnazione dei cartelli, quella sera, prevedeva in origine un sorteggio tra i volontari che avrebbero accompagnato le novantadue delegazioni in sfilata. Ma quando il coreografo ha chiesto se qualcuno avesse una preferenza, Kucherova — che collabora dal 2012 con lo studio dell’architetto Stefano Boeri — non ha avuto dubbi: voleva l’Ucraina -3-7. Un desiderio maturato in anni di opposizione silenziosa a quanto accadeva nella sua terra d’origine, a partire da quel 2014 che lei stessa definisce l’inizio dell’annessione illegale e scandalosa della Crimea -2. Camminare accanto a Yelyzaveta Sydorko, la giovane portabandiera specialista dello short track, e al pattinatore Kyrylo Marsak, significava condividere per qualche minuto il peso di una guerra che per loro è realtà quotidiana: entrambi gli atleti hanno i padri al fronte -1-7.
«Quando cammini accanto a queste persone», ha raccontato Kucherova all’Associated Press dopo aver affidato i primi pensieri ai suoi ottocentosettanta follower di Instagram, «ti rendi conto che hanno tutto il diritto umano di provare odio verso qualsiasi russo. Tuttavia penso che sia importante fare un piccolo gesto per dimostrare loro che forse non tutti la pensano allo stesso modo» -1-5. Poco prima di varcare quel varco luminoso che immetteva nel catino di San Siro, l’architetta si è voltata verso gli atleti ucraini per rassicurarli: lo stadio intero li avrebbe tributati con una standing ovation. Loro, racconta lei, erano scettici. Poi l’ingresso, il boato del pubblico in piedi, le lacrime che nessuno poteva vedere ma che scorrevano copiose sotto la montatura scura -1-7.
La scelta di esporsi in prima persona, per Kucherova, rappresenta il superamento di una paura che l’aveva accompagnata per anni. Lontana dalla Russia dal 2018, consapevole che le sue dichiarazioni potrebbero avere conseguenze per lei o per chi è rimasto, ha deciso che il silenzio non era più sostenibile -9. «Se io, che vivo in un Paese democratico e godo di tutte le libertà, ho paura», ha detto, «significa che il regime ha vinto. Devo dare voce a chi rischia la prigione o la vita, a quegli amici in Russia che non possono parlare perché temono il regime» -7. È in questa consapevolezza che affonda le radici la sua ostinazione nel portare quel cartello, nel farsi portavoce per una sera di un Paese martoriato dalla guerra che il suo stesso Paese d’origine ha scatenato.
L’emozione di uno stadio che riconosce la libertà
Quello che è accaduto dopo, nelle parole di Anastasia Kucherova, assume i contorni di un’epifania collettiva. Sotto gli occhiali, mentre lo stadio intero scandiva applausi per i cinque atleti ucraini, l’architetta ha avvertito la sensazione che quelle ottantamila persone stessero riconoscendo non solo l’indipendenza formale di una nazione, ma la volontà di libertà e il coraggio necessari per arrivare fino alle Olimpiadi nonostante tutto -3-8. Perché il percorso di chi si allena sotto le bombe, di chi ha i padri al fronte e di chi rappresenta un Paese in guerra non è lo stesso di tutti gli altri atleti, e il pubblico lo ha compreso immediatamente, trasformando quei minuti in uno dei momenti più alti della cerimonia inaugurale.
Gli atleti ucraini, dal canto loro, avevano riconosciuto le origini russe di Kucherova e le avevano parlato nella loro lingua, gesto che l’architetta ha interpretato come la conferma di quel legame profondo tra due popoli che la guerra vorrebbe contrapporre -1. Un legame che, secondo lei, potrebbe continuare a esistere se non ci fosse il conflitto a dividerlo. «Non esiste letteralmente parola che possa annullare il danno che queste persone hanno già subito», ha continuato, «e non esiste parola che possa avvicinarli al perdono. Ma io ho scelto di stare dalla loro parte, anche se è una posizione difficile per me, perché l’Ucraina merita tutta l’attenzione e tutto il sostegno del mondo» -7.
La quotidianità della guerra vista da Milano
Vivere a Milano, lavorare in uno studio di architettura di fama internazionale progettando installazioni come The Playmaker dedicata a Sandro Mazzola, non ha mai significato per Kucherova dimenticare quanto accade a est -4-6. Da qui, dall’Italia, ha seguito l’evolversi del conflitto, ha visto amici e conoscenti russi costretti al silenzio, ha misurato la distanza abissale tra la sua condizione di professionista integrata in un Paese democratico e quella di chi in Russia non può nemmeno sussurrare il proprio dissenso. Per questo, quando si è presentata l’occasione di fare un gesto concreto, per quanto simbolico, non se l’è lasciata sfuggire: portare il cartello dell’Ucraina a San Siro era il modo per riaccendere i riflettori su una guerra che rischia di diventare routine nelle cronache, per ricordare a tutti che l’Ucraina va aiutata perché è un dovere morale prima ancora che politico -1.
«Gli ucraini non hanno alcuna possibilità di ignorare l’esistenza della guerra, è la loro realtà», ha spiegato ancora. «Eppure continuano ad amarsi, a sposarsi, a fare sport, a partecipare alle Olimpiadi. Lo fanno in un contesto devastante, ma lo fanno. Io, da parte mia, ho solo cercato di mostrare loro che non tutti i russi sono uguali, che esiste anche chi disapprova quanto sta accadendo fin dall’inizio» -5. Un messaggio potente, rimasto nascosto per giorni sotto quel piumino argentato, ma che ora, grazie alla sua scelta di raccontarsi, può finalmente circolare e testimoniare che la resistenza al conflitto passa anche attraverso gesti apparentemente piccoli, come sfilare al fianco di chi si vorrebbe nemico.




