Giro d’Italia 2026, la carovana parte dalla Bulgaria e l’azzurra è già un rebus senza Fortunato
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Redazione Sport
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Mentre il calendario segna l’otto di maggio, la carovana rosa si accinge a invadere le strade bulgare del Mar Nero, dando ufficialmente il via alla 109ª edizione di una corsa che, anche per i meno avvezzi alle pendenze e alle tifoserie divise, conserva intatto il potere di smuovere un ricordo, una maglia indossata da bambini o semplicemente l’attesa della primavera. Si parte domani, dunque, da Nessebar, località protetta dall’Unesco affacciata sull’acqua, per raggiungere Burgas al termine di 147 chilometri che, sulla carta e per la morfologia del tracciato, dovrebbero consegnare la prima maglia rosa a uno specialista delle volate. È la sedicesima partenza che il Giro confeziona fuori dai confini nazionali, e la Bulgaria diventa il ventiduesimo paese a ospitare un atto della Corsa Rosa, un dato che testimonia la vocazione internazionale di una manifestazione che, tuttavia, sente già il richiamo dell’asfalto italiano a partire dalla quarta frazione, quando da Catanzaro si riprenderà possesso del territorio.
Uno sprint bulgaro e il rebus degli abbuoni
Il percorso della tappa inaugurale, lungo il litorale bulgaro, presenta un circuito di ventidue chilometri nei dintorni di Sozopol da ripetere due volte, che include il breve strappo di Cape Agalina, un GPM di quarta categoria la cui asperità massima tocca appena il sei per cento. In quest’occasione, la classifica generale subirà una prima scossa ancor prima del traguardo, grazie all’introduzione (già sperimentata in passato) del cosiddetto “Red Bull km”, un traguardo intermedio posizionato a trentacinque chilometri dall’arrivo che regala abbuoni pesanti: sei secondi al primo, quattro al secondo e due al terzo. Questa variabile apre scenari tattici non banali, poiché il vincitore di tappa, pur guadagnando dieci secondi, potrebbe teoricamente trovarsi scavalcato nella graduatoria generale da un velocista piazzatosi secondo, ma capace di fare incetta di tempo prezioso nel passaggio intermedio. I favoriti per la volata, in questa prima occasione, portano il nome di Jonathan Milan, reduce dal successo nella classifica a punti del Tour de France e alfiere della Lidl-Trek, opposto a specialisti del calibro di Dylan Groenewegen e al giovane Paul Magnier, mentre qualche ombra di condizione fisica aleggia sul belga Arnaud De Lie.
L’assenza di Fortunato apre la caccia alla maglia azzurra
Se per la maglia rosa il pronostico è blindato da un leader schiacciante come Jonas Vingegaard, ben più intricata e imprevedibile si preannuncia la battaglia per la maglia azzurra, il simbolo del gran premio della montagna. A rendere il quadro ancora più sfumato contribuisce l’esclusione, sorprendente quanto non meglio specificata nelle motivazioni, di Lorenzo Fortunato dalla lista dei convocati, lui che era stato l’alfiere della classifica scalatori nell’edizione precedente. La sua assenza lascia un vuoto di potere in una specialità che spesso e volentieri finisce per premiare non tanto il miglior scalatore in senso assoluto, quanto il più astuto dei cacciatori di tappe, colui cioè che sa infilarsi nella fuga giusta nei giorni in cui i big si guardano. Quest’anno il meccanismo di punteggio, che al Giro premia in modo più generoso rispetto ad altri Grandi Giri i passaggi sui primi tre GPM (specie se di alta categoria), favorirà ancora una volta gli attaccanti puri a discapito dei semplici uomini di classifica.
Pellizzari, Ciccone e l’incognita Vine
Nel novero dei pretendenti spicca il nome di Giulio Ciccone, abruzzese dalla pedalata nervosa e già vincitore dell’azzurra nel lontano 2019, il quale ha dichiarato senza troppi giri di parole di voler puntare tutto sui successi parziali, trasformando ogni tappa di media montagna in un’occasione per fare incetta di punti. Con lui, a tenere alto il nome italiano, ci sarà un talento cristallino come Giulio Pellizzari, sebbene per lui la priorità dichiarata resti il piazzamento nella generale o, al limite, la maglia bianca di miglior giovane, un obiettivo che potrebbe frenarne l’iniziativa nelle fughe lontane. La minaccia più concreta per la truppa italiana arriva da lontano, precisamente dall’Australia, con Jay Vine (UAE Emirates), uno che di queste classifiche si è nutrito più volte alla Vuelta, capace di soffrire come pochi sulle rampe dure; e poi c’è l’incognita Jonas Vingegaard, che – come già accaduto a Tadej Pogacar in passato – rischia di “rubare” la maglia azzurra quasi per inerzia, collezionando successi sugli arrivi in quota senza nemmeno cercarla specificatamente.
L’arrivo a Chiavari e l’attraversamento della Spezia
Mentre i riflettori sono puntati sulle prime battute bulgare e sui duelli in salita, il calendario indica già una data da cerchiare in rosso per gli appassionati liguri: mercoledì 20 maggio, con l’undicesima tappa che da Porcari condurrà la carovana fino a Chiavari dopo 195 chilometri. Quel giorno, la “rosea comitiva” entrerà in provincia dalla frazione di Luni, dove sarà allestito un traguardo volante, per poi costeggiare il territorio spezzino per quasi ottanta chilometri, salutando infine dal crinale del Bracco prima dell’arrivo sul lungomare tirrenico. Una frazione classificata con tre stelle di difficoltà, che prevede l’ascesa del Passo del Termine e del Colle di Guaitarola attraversando le Cinque Terre, un assaggio delle grandi emozioni che attendono il gruppo prima che la corsa si inerpichi definitivamente verso le vette dolomitiche della terza settimana.




