Trump si prende il Venezuela: "Gestiremo noi il paese" dopo l'operazione "Absolute Resolve"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’attacco militare sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato all’arresto del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, trova la sua giustificazione ufficiale in una radicale rilettura della dottrina “America First”. Il presidente Donald Trump, parlando da Mar-a-Lago, ha infatti legato senza mezzi termini l’azione di forza, una violazione palese della sovranità nazionale di un altro stato, alla necessità di garantire gli interessi energetici americani, con lo sguardo puntato sulle colossali riserve petrolifere del paese sudamericano. «Saremo noi a gestire il Paese», ha dichiarato Trump, in un’affermazione che segna un precedente nella politica estera contemporanea e che trasforma il controllo delle risorse altrui in un pilastro della sicurezza nazionale.

Una conferenza trionfale e i dettagli dell'assalto

Davanti ai giornalisti, il presidente ha descritto i momenti dell’operazione, ribattezzata “Absolute Resolve”, definendola brillante e sottolineando l’assenza di vittime tra le file statunitensi, pur senza negare che alcuni militari siano rimasti feriti. «Ho guardato l'operazione in tempo reale», ha affermato Trump, aggiungendo che ogni tentativo di negoziato avanzato da Maduro nel momento estremo della cattura è stato respinto. Il destino dei due prigionieri, secondo quanto anticipato dal tycoon, è già segnato: sarebbero detenuti a bordo della nave da assalto anfibio Iwo Jima e preparati per il trasferimento a New York, presumibilmente in attesa di un processo.

La macchina da guerra dispiegata

A rendere ancor più chiara la natura pianificata e su vasta scala dell’intervento sono stati i dettagli tecnici forniti dal generale Dan Caine. L’operazione ha visto il dispiegamento di oltre 150 velivoli decollati da venti basi diverse sparse per l’emisfero occidentale, un’armata aerea che includeva caccia di ultima generazione come gli F-35 e gli F-22, bombardieri B-1 e reparti speciali. Questi ultimi, ha spiegato il generale, si erano preparati per mesi esercitandosi su una replica esatta degli obiettivi da colpire, una metodologia che spiega la rapidità e l’efficacia con cui è stata eseguita la missione, culminata con la presa del palazzo presidenziale di Miraflores.

L'incubo vissuto dagli italiani a Caracas

Mentre la leadership americana celebrava il successo, a Caracas si viveva un’altra realtà. La numerosa comunità di italiani, che conta circa centosessantamila persone, ha trascorso ore di angoscia chiusa in casa, svegliata dal boato delle prime esplosioni intorno all’una e quaranta di notte. La vicinanza di alcune abitazioni all’aeroporto militare della Carlota ha fatto sì che molti, come gli imprenditori Cappellin e Di Capua, sentissero distintamente il passaggio degli aerei e il fragore degli scontri. Le strade, ora deserte per via del coprifuoco, raccontano una paura palpabile, mentre l’ambasciata italiana raccomandava massima cautela. La sensazione, tra chi vive nella capitale, è di un sospeso attesa, di un futuro improvvisamente opaco e nelle mani di forze esterne, in attesa di capire come finirà una crisi che ha cambiato per sempre i confini dell’intervento militare.

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