L'Ue rinvia la decisione sugli asset russi per il prestito all'Ucraina, il Belgio frena

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In una conferenza stampa dai toni trionfalistici, Antonio Costa ha dichiarato che il Consiglio europeo del 23 ottobre, dopo le difficoltà incontrate nel corso del precedente incontro informale di Copenaghen, sarebbe stato il momento delle decisioni, annunciando di averle raggiunte “su tutti i fronti”. La realtà dei fatti, tuttavia, appare ben diversa e più complessa, come spesso accade nelle dinamiche comunitarie. Se da un lato è stato infatti approvato, non senza intoppi, il diciannovesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, per una volta in una rara coordinazione con gli Stati Uniti, sull’argomento più delicato e atteso – l’utilizzo degli asset russi congelati per finanziare un nuovo, consistente prestito a sostegno di Kiev – la decisione finale è stata, di fatto, un rinvio. Una scelta che riflette le profonde perplessità emerse, le quali, come un fiume carsico, hanno riaffiorato con forza mettendo in luce le divisioni tra gli stati membri.

Il piano per il prestito e l'ostacolo belga

L'Unione europea sta cercando con urgenza soluzioni per sostenere le finanze ucraine, mentre il conflitto prosegue e i costi, sia per la ricostruzione che per il sostentamento bellico, continuano a lievitare in maniera esponenziale. Una spinta ulteriore all’azione è giunta dall’amministrazione di Donald Trump, la quale ha chiarito, senza mezzi termini, che toccherà principalmente all’Europa farsi carico degli oneri per la sicurezza del continente. È in questo contesto che gli europei stanno valutando un piano audace, che prevede di utilizzare i beni russi immobilizzati – che ammontano a circa 140 miliardi di euro – per emettere un cosiddetto prestito di riparazione a favore dell’Ucraina. Una somma di tale entità, se fosse resa disponibile, potrebbe contribuire a coprire una parte significativa delle esigenze finanziarie e militari del paese per gli anni 2026 e 2027, offrendo un po’ di respiro in uno scenario altrimenti gravoso.

Le resistenze tecniche e giuridiche

Alla fine, come riportano le cronache delle trattative, è stato il Belgio a imporre una pausa di riflessione, riuscendo a bloccare l’avvio immediato del processo. I leader nazionali, nonostante la pressione, non hanno quindi formalmente incaricato la Commissione guidata da Ursula von der Leyen di elaborare uno schema definitivo per erogare il prestito, il quale avrebbe dovuto attingere proprio ai fondi russi depositati presso la società di servizi finanziari Euroclear, che ha la sua sede operativa a Bruxelles. Le preoccupazioni, che molti esperti di diritto internazionale avevano già sollevato in precedenza, riguardano la legittimità giuridica di un’operazione così radicale come la confisca diretta di beni sovrani, un atto che potrebbe aprire la strada a lunghe e incerte battaglie legali in svariati fori internazionali, oltre a creare un pericoloso precedente per il sistema finanziario globale, il quale si basa su principi di certezza del diritto e di immunità degli stati.

L'ombra degli Stati Uniti e il nuovo scenario

La situazione geopolitica, del resto, è mutata profondamente con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, un elemento che ha alterato gli equilibri transatlantici e ha accelerato la necessità per l’Europa di assumersi responsabilità maggiori. L’incontro, del quale si è molto parlato, tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il nuovo inquilino dell’ufficio ovale è stato descritto da alcune fonti come particolarmente teso, con Trump che avrebbe espresso in modo vibrante la sua posizione sul riparto degli oneri della difesa. Questo nuovo clima ha indubbiamente gettato un’ombra sulle discussioni europee, spingendo verso una corsa alla ricerca di fondi, ma al contempo ha anche reso più cauti alcuni governi, i quali temono le conseguenze di un atto giudicato da Mosca come un vero e proprio “furto”, con tutto quello che ne potrebbe conseguire sul piano delle rappresaglie economiche e diplomatiche.

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