Panatta e il duello Sinner-Alcaraz: «Lui è un marziano, ma la felicità decide la sfida»
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Redazione Sport
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Nel dibattito che anima il tennis contemporaneo, il confronto – ormai strutturale – tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz trova uno degli osservatori più lucidi e disincantati in Adriano Panatta. L’ex campione, infatti, ha offerto una lettura originale della rivalità destinata a segnare i prossimi anni, spostando l’asse dell’analisi da parametri strettamente tecnici a un elemento tanto umano quanto sfuggente: la felicità in campo. Intervenuto ai microfoni de Il Messaggero, Panatta ha descritto l’altoatesino come un “marziano”, sottolineando come la sua straordinaria capacità di rendere tutto semplice – quasi maniacale nella sua precisione – lo ponga su un piano difficilmente raggiungibile per i comuni mortali. Eppure, proprio lì risiede il potenziale punto di svolta nello scontro con il fenomeno spagnolo: la leggerezza, o la mancanza di essa, potrebbe fare la differenza quando i due si troveranno a giocarsi i titoli più pesanti.
Un equilibrio asimmetrico e il caso Cobolli
Se il duopolio Sinner-Alcaraz rappresenta il futuro a lungo termine del circuito, Panatta non ha mancato di rivolgere lo sguardo al presente italiano, commentando la prestazione di Flavio Cobolli nella finale dell’ATP 500 di Monaco di Baviera. Il romano, nonostante la sconfitta rimediata contro Ben Shelton, ha raccolto gli elogi del vincitore del 1976, che ne ha esaltato la tempra morale oltre che atletica. Cobolli, come osservato da Panatta negli studi della Nuova DS su Rai 2 HD, ha saputo trasformare una settimana di altissimo livello – culminata con l’ingresso nel novero dei primi 13 giocatori del mondo – in una lezione di umanità. La commozione mostrata dopo aver eliminato il numero 3 del mondo Alexander Zverev, con la dedica a un giovane amico scomparso, ha rivelato “di che pasta è fatto” il tennista capitolino, un aspetto che, per l’ex campione, vale quanto un trofeo.
Il presente dei giovani e la maniacalità del tennis moderno
Analizzando il momento di Cobolli, Panatta ha tracciato un parallelismo generazionale interessante, definendolo parte di “quell’ultimo gruppo di giocatori che stanno emergendo e imitando Sinner”. L’Italia, oggi prima potenza mondiale in questa disciplina, deve molto alla spinta propulsiva fornita dal numero uno, capace di creare un movimento trainante. A proposito dell’evoluzione del gioco, Panatta ha espresso una riflessione più personale riguardo al contesto attuale, che definisce “super professionistico e un po’ maniacale”. In una recente intervista, ha paragonato questa era alla propria, ricordando un’epoca in cui non esistevano team sterminati di 7-8 persone a organizzare la vita del giocatore: «Quando andavo al Roland Garros, mi compravo il biglietto aereo per Parigi e dietro non avevo una squadra che mi organizzava la vita», ha dichiarato, rimarcando la differenza abissale tra il tennis artigianale di ieri e quello iper-strutturato di oggi.
Il ruolo del centro sportivo e i genitori dei campioni
Proprio nel suo centro sportivo di Treviso, il “Panatta Racquet Club”, l’ex tennista ha modo di toccare con mano le contraddizioni del tennis moderno, in particolare nel rapporto con le giovani promesse e le loro famiglie. A chi gli chiede se sia più difficile scovare un talento o gestire i genitori, Panatta non ha usato giri di parole: «Tutti i genitori pensano di avere un campione tra le mani, per cui è difficile riportarli alla realtà. Io non vendo illusioni». Secondo la sua esperienza, solo uno su 100.000 forse riesce a diventare un giocatore, e da lì cambia tutto, a partire dal rapporto tra il tecnico e il ragazzo. Una schiettezza, la sua, che non ammette illusioni e che guarda al fenomeno Sinner come a un’eccezione statistica, lontana anni luce dalla normale fisiologia del vivaio.




