Meta sotto accusa per licenziamenti con l’IA: 26 dipendenti contro il colosso di Zuckerberg
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Redazione Economia
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Un gruppo di ventisei dipendenti di Meta ha deciso di fare causa al colosso guidato da Mark Zuckerberg, sollevando un caso destinato a fare giurisprudenza sull'uso dell'intelligenza artificiale nei processi decisionali che riguardano il lavoro. La denuncia, depositata presso il tribunale federale di Oakland, in California, contesta l'utilizzo di sistemi automatizzati per selezionare il personale da licenziare durante l'ultima ondata di tagli che, a maggio, ha interessato circa 8.000 posti di lavoro, pari al 10% della forza lavoro globale dell'azienda.
Secondo quanto riportato dagli attori, che hanno scelto di rimanere anonimi, l'impatto di queste procedure si sarebbe concentrato in modo particolare su coloro che si trovavano in congedo per motivi di salute, parentali o familiari, trasformando un diritto in una sorta di penalizzazione professionale.
La costellazione di algoritmi al centro della denuncia
Il ricorso, che si basa su una documentazione di 71 pagine, descrive un ecosistema di strumenti di intelligenza artificiale – una vera e propria costellazione di sistemi interni – che sarebbero stati impiegati per valutare, classificare e stilare la lista dei dipendenti da licenziare. Tra questi, spiccano l'assistente interno noto come "Metamate" e gli agenti "second-brain", addestrati sui documenti e sulle comunicazioni aziendali.
La selezione si basava su un complesso sistema di punteggio che incrociava valutazioni delle performance assistite dall'IA, il monitoraggio delle battute sulla tastiera, l'attività al computer, il contenuto delle email e persino la cronologia di navigazione. Un elemento cruciale, secondo gli avvocati dei ricorrenti, era rappresentato dalle dashboard che tracciavano l'utilizzo dei token, l'unità di misura dell'IA, e che arrivavano a classificare i lavoratori in categorie come "AI Native" e "AI First".
Il problema, sostiene la difesa, è che queste metriche di produttività non possono essere accumulate da un dipendente che si trova in un congedo protetto, portando a una distorsione che di fatto penalizza chi esercita un diritto legale.
Un impatto sproporzionato e il principio del "disparate impact"
La denuncia sostiene che i sistemi automatizzati di Meta non hanno tenuto conto delle assenze protette, né hanno sospeso la loro azione per effettuare la valutazione individuale richiesta dalla legge. Di conseguenza, chi aveva usufruito di congedi per maternità, paternità, malattia o disabilità approvati si è ritrovato con punteggi più bassi, aumentando esponenzialmente la probabilità di essere inserito nella lista dei licenziamenti. I querelanti, che provengono da diversi stati come California, New York e Washington D.C.
, hanno dichiarato di aver ricevuto la notifica del licenziamento a maggio, con decorrenza prevista a partire dal 22 luglio. La causa invoca il principio giuridico del "disparate impact", secondo il quale una politica aziendale apparentemente neutrale può essere considerata discriminatoria se produce un effetto negativo su un gruppo di lavoratori protetto dalla legge.
I legali hanno inoltre chiesto un'ingiunzione temporanea per bloccare l'esecuzione dei licenziamenti fino a quando la controversia non sarà risolta tramite arbitrato, come previsto dai contratti di lavoro.
La replica di Meta e le implicazioni legali
Di fronte alle accuse, Meta ha emesso una smentita categorica, respingendo ogni imputazione con una nota ufficiale in cui si definiscono le affermazioni "prive di fondamento e non basate sui fatti". Un portavoce dell'azienda ha tenuto a precisare che le decisioni relative alla gestione del personale e all'organizzazione sono state e continuano a essere prese da persone in carne e ossa, non dall'intelligenza artificiale.
La posizione dell'azienda mira a tracciare un confine netto tra il supporto tecnologico e la responsabilità umana nelle scelte aziendali, un punto che rischia di diventare il vero terreno di scontro legale. La vicenda rappresenta una delle prime cause di questo tipo intentate contro una grande azienda americana, mettendo in luce le crescenti preoccupazioni riguardo all'impatto degli algoritmi sul mondo del lavoro.
Le accuse, che includono violazioni delle leggi federali e statali contro la discriminazione di lavoratori con disabilità o in gravidanza, nonché la mancata verifica dei sistemi per individuare eventuali pregiudizi, pongono interrogativi cruciali sulla trasparenza e l'equità dei processi decisionali automatizzati in un'era di sempre maggiore digitalizzazione del lavoro.




