Il palazzo di Teheran sotto le bombe e la lettura dell’ex ambasciatrice Basile: “C’è un piano per rovesciare anche la Russia”
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Redazione Esteri
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L’operazione militare scatenatasi contro l’Iran, e che ha visto nei giorni scorsi il cielo di Teherano illuminarsi di bagliori non certo festaioli, non rappresenta un episodio isolato o una reazione estemporanea a qualche tensione frontaliera, bensì, a sentire chi di quelle dinamiche internazionali ha una lunga frequentazione professionale, il tassello di un disegno assai più vasto e preoccupante. È questa, in sintesi, la chiave di lettura fornita ai microfoni di Battitori liberi su Radio Cusano Campus da Elena Basile, ex ambasciatrice italiana di carriera, la quale ha voluto sottolineare come l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica vada inquadrato all’interno di una strategia neoconservatrice che non mira a semplici correttivi diplomatici, ma a un vero e proprio “regime change”. Un’espressione, quest’ultima, che riecheggia tristemente nelle cronache degli ultimi decenni, dalla Mezzaluna Fertile alle steppe dell’Europa orientale, e che oggi, secondo la diplomatica, verrebbe applicata con particolare accanimento non solo a Teheran, ma anche a Mosca. “Il conflitto tra Usa-Israele e Iran? Certo che dobbiamo preoccuparci – ha dichiarato Basile –. È diventata subito una guerra regionale, e per l’Iran è una guerra esistenziale, esattamente come per la Russia. Qui abbiamo un piano di dominio israelo-americano e neoconservatore che vuole portare al regime change in Russia e in Iran”. Una lettura, la sua, che sposta il baricentro dell’analisi dal semplice confronto militare a una più complessa partita geopolitica, dove la sorte degli ayatollah e quella del Cremlino sarebbero misteriosamente intrecciate.
Il patrimonio dell’UNESCO nel mirino e la tecnologica offensiva dello spionaggio
Nel corso delle ostilità, e la conferma è giunta purtroppo con l’istantanea crudezza delle immagini diffuse dalle stesse autorità locali, a riportare danni ingenti è stato persino il Palazzo del Golestan, gioiello architettonico incastonato nel cuore della metropoli persiana e riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Questo complesso, che le cronache dell’epoca Qajar descrivevano come la “Versailles di Persia” e che rappresenta una delle residenze storiche più antiche e prestigiose della dinastia che fece di Teheran la propria capitale, è stato infatti lambito dalle esplosioni, riportando danni alla struttura che hanno suscitato la preoccupazione della comunità internazionale e dell’agenzia culturale delle Nazioni Unite. L’Iran, va ricordato, custodisce gelosamente uno dei tesori artistici più rilevanti del Medio Oriente, con i suoi ventinove siti iscritti nella lista del patrimonio mondiale e altre cinquanta-sette candidature in attesa di valutazione; un patrimonio che ora, in tempo di guerra, si scopre improvvisamente vulnerabile, esattamente come accadde in altri teatri bellici dove la cultura divenne incidentalmente un obiettivo collaterale. Ma se il danno al Golestan parla al cuore e alla storia del popolo iraniano, la testa, e cioè la capacità di condurre operazioni così chirurgiche, sembra essere stata invece allenata per anni in laboratori molto lontani da quelle sale affrescate.
Il Mossad, lo si è appreso da ricostruzioni giornalistiche internazionali che hanno del clamoroso, avrebbe messo a segno un colpo da manuale dello spionaggio tecnologico, superando persino l’incredibile artificio dei cercapersone esplosivi usato contro Hezbollah. Per localizzare e colpire il leader supremo Ali Khamenei e il suo entourage più fidato, i servizi israeliani avrebbero infatti hackerato e tenuto sotto controllo per anni il sistema delle telecamere a circuito chiuso che vigilano sul traffico di Teheran, trasformando di fatto la rete di sorveglianza urbana voluta dagli ayatollah in un gigantesco occhio spia puntato contro i suoi stessi creatori. Un’operazione che ha permesso di tracciare le abitudini, gli spostamenti e i luoghi frequentati dal numero uno della Repubblica Islamica, riducendo drasticamente la sua sicurezza personale e preparando il terreno per l’attacco che ha poi inferto un colpo durissimo al cuore del potere teocratico.
L’analisi geopolitica e il ruolo dell’Italia nell’asse mediorientale
A fornire una lettura più ampia di questi eventi, contestualizzandoli nel complicato scacchiere regionale, è stato Daniele Ruvinetti, senior advisor della fondazione Med-Or e profondo conoscitore delle dinamiche mediorientali. Interpellato sulla portata dell’offensiva, Ruvinetti ha spiegato come l’azione contro Teheran non abbia colto di sorpresa gli addetti ai lavori, essendo ampiamente prevedibile che il governo di Benjamin Netanyahu intendesse approfittare del nuovo corso politico a Washington per “chiudere i conti” con la Repubblica Islamica e provare a ridisegnare gli equilibri di un’area da sempre in bilico. Tuttavia, se l’attacco era nell’aria, ciò che lascia perplessi, secondo l’analista, è la tempistica e la scarsa comunicazione preventiva agli alleati. L’Italia, in particolare, non sarebbe stata avvertita con la dovuta anticipazione, nonostante la presenza di nostre missioni e interessi in una regione che proprio dallo Stretto di Hormuz dipende per una quota significativa del proprio approvvigionamento energetico. Una mancanza di coordinamento che, a leggere tra le righe delle dichiarazioni, potrebbe celare una precisa volontà delle amministrazioni Trump-Netanyahu di procedere spedite e senza ingombri diplomatici, forti di una ritrovata sintonia ideologica che poco spazio lascia alle mediazioni dei partner europei.
Lo spettro di un conflitto allargato e la posta in gioco per l’Europa
Che l’obiettivo ultimo dell’operazione non sia meramente punitivo ma tenda a una ristrutturazione profonda dell’assetto regionale, è del resto tesi sostenuta con forza da Basile, per la quale l’attacco a Teheran è funzionale a un disegno egemonico più ampio che ha in Israele il perno e negli Stati Uniti il braccio armato. L’ex ambasciatrice ha insistito sul concetto che ciò a cui si sta assistendo è una guerra esistenziale per l’Iran, esattamente come quella che la Russia sta combattendo sul fronte ucraino; una guerra, ha detto, che mira a decapitare le leadership nemiche per sostituirle con governi fantoccio allineati agli interessi occidentali. In questo scenario, il rischio per paesi come l’Italia, che pure non sono direttamente belligeranti, è quello di ritrovarsi coinvolti in un conflitto dalle proporzioni inedite, le cui ripercussioni economiche in termini di prezzo delle materie prime e flussi migratori potrebbero essere devastanti. Ruvinetti, dal canto suo, pur non sposando la tesi del complesso piano neoconservatore, non nasconde che la partita in corso potrebbe rivelarsi più lunga e complessa del previsto, e che l’Europa, di fronte a questi scenari, farebbe bene a interrogarsi su quale ruolo intenda giocare per evitare di farsi trovare impreparata di fronte all’eventualità, tutt’altro che remota, di un conflitto prolungato e dagli esiti incerti.




