L’ex ambasciatrice Basile e la teoria del piano per il regime change: “Così Usa e Israele vogliono caduta di Teheran e Mosca”
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Redazione Esteri
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L’operazione militare in corso contro l’Iran, che ha visto nei giorni scorsi pesanti attacchi congiunti da parte di Stati Uniti e Israele nel cuore di Teheran, non rappresenterebbe un’azione isolata e circoscritta, bensì il tassello di una strategia ben più ambiziosa e strutturata. A sostenerlo, con argomentazioni nette e dettagliate, è Elena Basile, ex ambasciatrice italiana, intervenuta ai microfoni di Battitori liberi su Radio Cusano Campus. La diplomatica, nota per le sue posizioni critiche verso la politica estera occidentale, ha tracciato un quadro preoccupante, parlando apertamente di un disegno neoconservatore, orchestrato da Tel Aviv e Washington, che avrebbe come obiettivo finale il “regime change” non solo della Repubblica Islamica, ma anche della Federazione Russa. Per Basile, l’attacco a Teheran – che ha provocato danni collaterali persino al Palazzo del Golestan, residenza storica della dinastia Qajar e patrimonio mondiale dell’UNESCO, definito talvolta la “Versailles di Persia” – si inserisce in questa direttiva. La sorte del sito, con le sue vetrate andate in frantumi e le porte danneggiate dalle onde d’urto, diventa così il simbolo di uno scontro che, nelle parole dell’ex ambasciatrice, ha per l’Iran – come per la Russia – i connotati di una guerra esistenziale. L’obiettivo dichiarato, secondo questa lettura, non sarebbe semplicemente quello di neutralizzare una minaccia, ma di ridisegnare gli equilibri globali attraverso il rovesciamento di due governi considerati antagonisti.
L’hacking delle telecamere e il Mossad: così è stato localizzato Khamenei
A rendere possibile l’attacco chirurgico che ha preso di mira il leader supremo Ali Khamenei e i suoi più stretti collaboratori – azione che ha di fatto aperto le ostilità – sarebbe stata un’operazione di intelligence tanto sofisticata quanto silenziosa, protrattasi per anni. Secondo quanto ricostruito da fonti di stampa internazionale, il Mossad sarebbe riuscito a penetrare in profondità le reti informatiche iraniane, arrivando a hackerare il sistema di videosorveglianza urbana di Teheran. Le telecamere del traffico, uno strumento che il governo locale utilizzava anche per il controllo e il monitoraggio di dissidenti e manifestanti, sono state trasformate in un enorme occhio elettronico al servizio dello spionaggio israeliano. I flussi video, una volta cifrati, venivano ritrasmessi a server in Israele, dove algoritmi di intelligenza artificiale elaboravano i dati per ricostruire le abitudini, gli orari e i movimenti non solo della guida suprema, ma anche dei membri del suo servizio di sicurezza. Si è arrivati a compilare veri e propri dossier sui singoli agenti, con indirizzi di casa, percorsi abituali e turni di lavoro, creando quella che gli esperti del settore definiscono una “pattern of life”. Un dettaglio, quest’ultimo, che ha permesso di colpire con precisione assoluta, cogliendo Khamenei in un momento di vulnerabilità all’interno del suo compound di Pasteur Street, dove la rete di telefonia mobile era stata nel frattempo disabilitata per impedire qualsiasi comunicazione di emergenza.
La tre fasi della strategia secondo Basile: sanzioni, infiltrati e attacco militare
La ricostruzione offerta da Elena Basile non si limita alla cronaca dell’attuale escalation, ma la inquadra in una visione tripartita che sarebbe stata applicata già in altri teatri di crisi. Il primo passo, a suo dire, consisterebbe nella progressiva asfissia economica del paese preso di mira, ottenuta attraverso un regime di sanzioni sempre più stringenti – definite “illegali” dall’ambasciatrice – finalizzato a isolare la nazione e a indebolirla dall’interno, alimentando il malcontento popolare. Quando il disagio sociale, causato dall’inflazione e dalla scarsità di risorse, comincia a tradursi in proteste di piazza, scatterebbe la seconda fase: l’infiltrazione delle manifestazioni. In questo frangente, sostiene Basile, agirebbero cellule dormienti del Mossad e della CIA, il cui compito sarebbe quello di armare frange estremiste e radicalizzare il confronto, trasformando una protesta socio-economica in un’insurrezione violenta, con l’obiettivo di screditare il governo e creare il caos. La terza e ultima fase, infine, coinciderebbe con l’intervento militare vero e proprio, un’invasione o una campagna di bombardamenti mirati come quella in atto, che punta a decapitare la leadership e a “sirianizzare” il paese, ovvero a frammentarlo e privarlo della sua sovranità per poi instaurare un governo fantoccio.




