L’europa plaude al cessate il fuoco in Iran, ma dopo gli attacchi di Usa e Israele invocava il regime change
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Redazione Esteri
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Quando nella nottata tra martedì e mercoledì Donald Trump ha annunciato di aver accettato una tregua di 15 giorni con l’Iran, il mondo intero ha tirato un sospiro di sollievo. Un sollievo, va detto, che in Europa assume i contorni di una paradossale rimozione collettiva. Perché ascoltare oggi le dichiarazioni soddisfatte di diversi leader – Ursula von der Leyen in testa – fa specie, se solo si ripercorrono le posizioni tenute da molti degli stessi esponenti politici poco più di un mese fa, quando gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele avevano riacceso la miccia in Medio Oriente. Allora, infatti, l’invocazione al “regime change” era tutt’altro che sottotraccia: si parlava apertamente della necessità di un cambio di governo a Teheran, come se la soluzione militare potesse davvero risolvere le tensioni decennali con la Repubblica islamica.
La svolta radicale di von der Leyen e le distanze di Antonio Costa
La posizione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, era talmente radicale nelle settimane precedenti all’annuncio della tregua da aver costretto il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, a prenderne le distanze con una frase destinata a restare negli annali diplomatici: “La libertà non si conquista con le bombe”. Un’affermazione, questa, che suonava come una sberla silenziosa alla linea dura promossa dall’asse Washington-Tel Aviv e, implicitamente, anche a certi entusiasmi guerrafondai apparsi in alcuni palazzi europei. Oggi, però, quella stessa Europa che fino a pochi giorni fa sembrava pronta a benedire l’opzione della forza, si affretta a plaudire l’accordo di cessate il fuoco come se fosse sempre stata dalla parte della diplomazia. Una continuità di facciata che regge solo a patto di non scavare negli archivi delle dichiarazioni ufficiali.
La tregua fragile e la “vittoria” di Trump: le parole di Vance
L’intesa, annunciata a meno di due ore dalla scadenza dell’ultimatum americano e dopo 38 giorni di guerra, prevede due settimane di stop agli attacchi e la riapertura immediata, completa e sicura dello Stretto di Hormuz. La Casa Bianca ha accolto la base di mediazione in dieci punti proposta dal premier pakistano Sharif, ma il vicepresidente statunitense, JD Vance, ha subito messo le mani avanti: “La tregua è fragile”, ha dichiarato, sottolineando che Trump vuole ottenere progressi nei negoziati. Vance ha riferito che il capo della Casa Bianca ha chiesto ai negoziatori americani di agire in buona fede, pur restando pronto a esercitare una forte pressione economica. Ha aggiunto che Trump ha invitato Teheran al dialogo, ma ha avvertito che reagirà con fermezza se l’Iran non farà altrettanto. Un approccio, quello statunitense, che mescola apertura e minaccia, come del resto era prevedibile da un’amministrazione che ha fatto della massima pressione il proprio marchio di fabbrica.
“Epic Fury”, i costi di lungo periodo e le mid term alle porte
A patto che la tregua regga – e non è un dettaglio, vista la fragilità segnalata da Vance – il cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto e l’avvio di nuove trattative possono essere presentate da Trump sul fronte interno come risultati concreti in vista delle elezioni di mid term previste per novembre. A distanza di 39 giorni dall’avvio dell’operazione “Epic Fury”, il presidente non ha dubbi: “Vittoria totale e completa. Al 100%. Nessun dubbio”, ha dichiarato, rivendicando l’accordo con Teheran come la prova definitiva dell’efficacia della linea dura seguita da Washington. Ma le ricadute negative di “Epic Fury” sono di lungo periodo, e nessuna tregua di due settimane potrà cancellare le macerie – materiali e politiche – lasciate da 38 giorni di guerra. L’Europa, intanto, continua a plaudire. Forse per non dover ammettere di aver cambiato idea, o forse, più semplicemente, per non dover ricordare che fino a ieri invocava le bombe.




