Il Mossad, i basij e le informazioni di strada: così la caccia all’uomo in Iran svela i limiti del regime change

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non sono solo i cacciabombardieri a tracciare le coordinate della guerra in Iran, perché a guidare i raid israeliani – come emerso da una mole crescente di comunicazioni informali – è una fitta rete di segnalazioni che parte dal basso: cittadini che avvertono della presenza di posti di blocco, messaggi che scorrono in canali anonimi, informazioni tanto minute quanto decisive per centrare obiettivi militari. “C’è un posto di blocco all’ingresso di via Nafisi”, recita un avviso; “Ora ce n’è un altro sotto il ponte Sattari”, aggiunge un secondo. È attraverso questa geolocalizzazione dal tessuto urbano, corroborata da fonti informate, che l’intelligence israeliana – e in particolare il Mossad – ha tentato di trasformare il conflitto in un’operazione di logoramento capillare, capace di colpire non soltanto i vertici politici e militari, ma anche check-point, caserme e postazioni dei Pasdaran disseminate nel paese.

Il calcolo strategico tra Tel Aviv e Washington

Nel cuore della strategia israeliana, come ricostruito da analisi pubblicate su media internazionali e confermato da più di una dozzina di funzionari a conoscenza dei fatti, vi era una scommessa ambiziosa: decapitare “dal cielo” l’apparato di comando iraniano per innescare, subito dopo, una rivolta interna capace di spazzare via il regime degli ayatollah. Gli Stati Uniti, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, avevano inizialmente condiviso, pur con qualche riserva operativa, l’impianto di quel piano. Tuttavia, mentre Tel Aviv orientava la propria azione verso un obiettivo di *regime change* – intendendo con ciò il crollo di un sistema che da anni finanzia gruppi armati come Hamas, gli Houthi e Hezbollah – Washington sembrava già proiettata su una traiettoria diversa, incentrata più sul disarmo di Teheran che sulla dissoluzione della sua architettura di potere. Questa divergenza di fondo, a ventiquattro giorni dall’acuirsi delle ostilità, ha finito per rivelare i limiti di una strategia che si reggeva su presupposti tanto ambiziosi quanto fragili.

Il fallimento del piano Mossad e la repressione delle proteste

Il piano, stando a quanto emerso da fonti internazionali e da una ricostruzione del *New York Times*, prevedeva che il Mossad agisse come detonatore: colpire i vertici per creare un vuoto di potere, e attendere che la popolazione – storicamente scesa in piazza in diverse fasi di contestazione – facesse il resto. Ma i calcoli si sono rivelati mal riposti. Non perché il malcontento verso il regime non esista, ma perché le forze di sicurezza, e in particolare i basij, hanno dimostrato una capacità di controllo capillare che le precedenti ondate di proteste – massacrate con la più grande violenza nella storia della Repubblica islamica già nello scorso gennaio – avevano già messo in luce. In altre parole, la scintilla auspicata da Israele non ha trovato il combustibile necessario, e l’idea che un’offensiva militare potesse automaticamente tradursi in una sollevazione popolare si è infranta contro la realtà di un apparato repressivo ancora saldo e di un’opposizione interna decimata.

Due guerre parallele e un obiettivo non raggiunto

La guerra in corso, quindi, si presenta oggi come un conflitto a due velocità: da un lato l’azione israeliana, che continua a cercare di minare le fondamenta del regime con attacchi mirati e una guerra di informazioni; dall’altro, l’approccio statunitense, più orientato a contenere la minaccia militare iraniana senza necessariamente spingersi fino alla dissoluzione dello Stato. Questa divergenza, mai dichiarata apertamente, spiega perché – nonostante le aspettative iniziali – il crollo del regime non si sia verificato. Il retroscena trapelato dai circoli dell’intelligence occidentale suggerisce che Tel Aviv abbia sovrastimato la propria capacità di tradurre la superiorità militare in una leva politica decisiva. I raid, le segnalazioni dei cittadini e il lavoro del Mossad hanno creato una pressione senza precedenti, ma non hanno prodotto quella frattura interna capace di far precipitare gli eventi. Così, mentre i cacciabombardieri continuano a colpire sulla base di informazioni raccolte tra le pieghe della vita urbana, la partita per il futuro dell’Iran rimane sospesa, appesa a dinamiche che nessuna operazione segreta è riuscita a determinare.

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