Iran, la seduzione (sempre falsa) del “regime change” e il nodo degli arsenali
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Redazione Esteri
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Nei giorni in cui riemerge, con la solita eccitazione morale che accompagna certe svolte belliche, l’idea di “far cadere il regime” iraniano, bisognerebbe davvero sottrarre la discussione alla sua semplificazione più pericolosa: quella, cioè, che scambia il crollo di un potere per la nascita automatica di un ordine. È un errore che la storia recente, dall’Iraq alla Libia, ha già sanzionato con abbastanza rovine da non poter essere liquidato come un dettaglio di second’ordine. E mentre il presidente Trump, forte dell’offensiva denominata Operazione Epic Fury, rilancia dalla Casa Bianca l’appello al popolo iraniano perché “rivendichi il proprio paese”, gli esperti di cose mediorientali mettono in guardia da uno scenario che potrebbe rivelarsi ben più complesso di una semplice transizione democratica. La morte del leader Ali Khamenei, confermata in un raid che ha decapitato i vertici di Teheran, non apre automaticamente la strada a una primavera persiana; anzi, il timore concreto, espresso da analisti del calibro di Farzan Sabet del Graduate Institute di Ginevra, è che il vuoto di potere possa essere colmato dai settori più duri del regime, quelli che fanno capo ai Pasdaran e alla milizia Basij, forti di un milione di effettivi pronti a colpire nel segno della repressione. La folla che pure è scesa in strada a festeggiare, in alcuni quartieri di Teheran, si è subito dileguata al comparire delle forze paramilitari: un segnale eloquente di quanto la paura sia ancora l’ago della bilancia.
Il nodo, però, non è solo politico, ma anche militare ed economico, e riguarda la capacità di Teheran di rispondere colpo su colpo. La Repubblica islamica, nonostante i raids di Israele e Stati Uniti che nell’ultima settimana hanno colpito più di duemila obiettivi, conserva ancora un arsenale di tutto rispetto: secondo le stime più accreditate, i razzi a disposizione sarebbero almeno un migliaio, forse duemila, anche se la loro operatività è stata messa a dura prova dalla distruzione di centinaia di lanciatori. Il Pentagono, da parte sua, ha dovuto sguarnire parzialmente il fronte del Pacifico per concentrare le proprie forze nel Golfo, e non è un mistero che dietro le quinte si sia chiesto supporto a Kiev per drenare risorse e attenzione russe, ma questa è una dinamica che riguarda altri fronti. Le monarchie del Golfo, nel frattempo, osservano con apprensione: hanno sborsato decine di miliardi di dollari per acquistare sistemi di difesa aerea statunitensi, come i Patriot, ma sanno bene che la partita dell’intercettazione è un gioco al massacro economico. Un dollaro speso da Teheran per un missile, infatti, ne costa trenta a chi lo deve abbattere, e gli intercettori, per di più, vengono spesso lanciati in coppia per aumentare le probabilità di successo, moltiplicando l’esborso.
Il nodo degli arsenali e la strategia della tensione
La macchina da guerra iraniana, sebbene abbia diradato i lanci nelle ultime ore – con una riduzione stimata dall’86 per cento rispetto ai primi giorni del conflitto – non è affatto smantellata. L’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale Usa, ha dichiarato che la marina americana ha affondato più di trenta navi iraniane da quando è iniziata l’offensiva cinque giorni fa, e il presidente Trump, in un accesso di trionfalismo, aveva parlato di ventiquattro unità neutralizzate in un solo intervento, salvo poi correggere il tiro. Il fatto è che la strategia di logoramento, per funzionare, richiederebbe un impegno costante e prolungato, e nel frattempo il regime può ancora contare su missili come il Sejjil, capace di viaggiare a velocità superiori ai diciassettemila chilometri orari, o il Fattah, un’arma ipersonica che, sulla carta, renderebbe vani i tentativi di intercettazione. La scelta di Trump di coinvolgere personalmente la Casa Bianca nella scelta del futuro leader iraniano, dichiarando inaccettabile la successione di un ipotetico Khamenei jr., ha ovviamente inasprito gli animi, portando Teheran a dichiararsi pronta a far diventare un’invasione americana “un disastro per loro”.
La questione nucleare tra macerie e bunker
Parallelamente agli scontri, resta aperto il capitolo più delicato: quello del nucleare. Un anno fa, Trump aveva annunciato la distruzione dei siti atomici iraniani, e oggi, con l’operazione in corso, sostiene che la bomba fosse questione di poche settimane. I raid congiunti di Israele e Stati Uniti della scorsa estate avevano già provocato danni ingenti ai centri di Fordow, Natanz e Isfahan, ma i pareri non sono unanimi sull’entità dei colpi portati, anche perché è difficile valutare cosa sia realmente avvenuto all’interno dei laboratori protetti dai bunker. Le immagini satellitari mostrano crateri e ingressi crollati, ma l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, per bocca del suo direttore Rafael Grossi, ha recentemente dichiarato di non aver trovato prove di un programma sistematico per la fabbricazione di ordigni bellici, il che aggiunge un ulteriore elemento di ambiguità a una situazione già di per sé esplosiva. Quel che è certo è che il sito di Isfahan, dove si sospetta sia custodita una scorta di uranio arricchito al sessanta per cento – materiale che, se ulteriormente processato, basterebbe per diverse testate – è stato finora risparmiato dai nuovi bombardamenti, forse perché gli americani vogliono prima accertarsi di non disperdere materiale radioattivo o forse perché trattengono un’ultima carta per un negoziato.
Lo scenario interno e il rischio balcanizzazione
Ma al di là delle sorti degli impianti, a preoccupare gli strateghi del Pentagono e le cancellerie europee è il rischio di una frammentazione del paese. L’Iran non è un blocco monolitico, e il collasso del potere centrale potrebbe riaccendere pulsioni indipendentiste tra le minoranze etniche, dai curdi ai baluchi, alcune delle quali già organizzate in gruppi armati. Mustafa Hijri, leader del Partito Democratico del Kurdistan iraniano, ha già fatto sapere che la sua organizzazione, parte di un’alleanza di gruppi etnici, è pronta a tutto, anche alla lotta armata. In uno scenario del genere, il vuoto si farebbe davvero caos, e l’idea di un cambio di regime pilotato dall’alto, senza una visione chiara del giorno dopo, rischierebbe di rivelarsi l’ennesima, tragica illusione. Mentre l’ambasciata italiana a Teheran è stata trasferita per ragioni di sicurezza, e i lettori dei quotidiani cercano di districarsi tra le opposte versioni, resta la certezza che le macerie, in Medio Oriente, non hanno mai portato alla democrazia.




