Attacco israeliano all’Iran, il mito del "regime change" e gli scenari possibili
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Da quando il conflitto tra Israele e Iran è entrato nella sua fase più critica, l’espressione regime change è diventata centrale nel dibattito politico e strategico. C’è chi lo invoca come una soluzione necessaria – è il caso del premier israeliano Benjamin Netanyahu – e chi, al contrario, lo considera un pericolo capace di destabilizzare non solo Teheran ma l’intera regione. Gli scenari possibili, però, sono molti più complessi di quanto non appaia.
Se da un lato c’è chi sogna un Iran post-khomeinista, magari guidato da Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, dall’altro il rischio concreto è che un eventuale vuoto di potere apra la strada a un governo ancora più radicale, dominato dalle nuove generazioni dei pasdaran. La storia, del resto, insegna che abbattere un tiranno non significa automaticamente esportare la democrazia. E mentre Netanyahu sogna la fine del regime degli ayatollah, persino settori dell’intelligence americana sostengono che l’Iran sia ancora lontano dall’ottenere un’arma nucleare, smontando una delle narrative più ricorrenti di questa crisi.
Intanto, Donald Trump – che oggi è di nuovo presidente degli Stati Uniti – ha parlato di «resa incondizionata» in un post su Truth Social, mentre fonti israeliane assicurano che «in una o due settimane» gli obiettivi militari saranno raggiunti. Ma se davvero l’Iran dovesse perdere la guerra e rinunciare al programma atomico, la questione rimarrebbe aperta: cosa verrebbe dopo? Un terremoto politico sull’altipiano iranico, un nuovo equilibrio o semplicemente un’escalation senza fine?




