Dubbi sul regime change in Iran, il rischio è una voragine regionale
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Redazione Esteri
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L’operazione israeliana "Rising Lion", lanciata nella notte tra il 12 e il 13 giugno contro obiettivi militari e nucleari in Iran, ha riacceso il dibattito sulla possibilità di un cambio di regime a Tehran. Sebbene Tel Aviv abbia giustificato l’attacco come una misura necessaria per prevenire un "olocausto nucleare", molti osservatori ritengono che si tratti di un tentativo, sostenuto da Washington, di indebolire il governo degli ayatollah. Tuttavia, le condizioni per un vero e proprio regime change appaiono incerte, e le conseguenze di un eventuale collasso del potere iraniano potrebbero essere imprevedibili, aprendo una crisi destabilizzante in una regione già attraversata da tensioni.
L’offensiva, che ha colpito la capitale Tehran e altre aree del paese, ha causato vittime tra i vertici militari iraniani, secondo fonti israeliane. Il governo di Tel Aviv sostiene che l’intervento fosse indispensabile per fermare lo sviluppo dell’arsenale missilistico e nucleare della Repubblica Islamica, ma non vi sono prove concrete che l’Iran stesse preparando un attacco diretto. Al contrario, l’operazione rischia di inasprire ulteriormente gli animi in un contesto già segnato da decenni di ostilità.
A Tehran, la popolazione vive in uno stato di allerta permanente. Pouria Nouri, documentarista residente nella capitale, racconta di essere stato svegliato dall’esplosione che ha scosso la città nelle prime ore del 13 giugno. «Abbiamo scoperto solo dopo che si trattava di un raid israeliano», spiega. La sua testimonianza, come quella di molti altri civili, riflette l’incertezza e la paura di chi si trova nel mezzo di un conflitto che potrebbe aggravarsi senza preavviso.
Intanto, tra gli oppositori del regime, c’è chi sostiene che l’unica via per un cambiamento sia l’eliminazione della guida suprema, Ali Khamenei. Iraj Mesdaghi, attivista ed ex detenuto politico, è tra coloro che credono nella necessità di una rottura radicale. Arrestato più volte tra gli anni Ottanta e Novanta per le sue posizioni critiche verso il governo teocratico, Mesdaghi rappresenta una frangia dell’opposizione che vede nella caduta del leader supremo l’unica soluzione possibile.




