Il duro sfogo di Paolo Simoncelli: "Liberty Media vuole cancellare la storia di Marco"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Paolo Simoncelli, mentre si occupa della ricerca di sponsor per il team che porta il nome del figlio, lascia trapelare una stanchezza profonda, che va ben oltre le normali difficoltà gestionali di una squadra nel paddock. “Penso che il giorno in cui dirò basta con le moto non sia tanto lontano”, afferma, gettando un'ombra di dubbio sul futuro del progetto a cui ha dedicato l'ultimo decennio. La Sic58, fondata nel 2013 per onorare la memoria di Marco e lanciare giovani talenti, sembra infatti navigare in acque sempre più agitate, non solo per le consuete battaglie economiche. Il suo malessere, come dichiara senza mezzi termini, ha un'origine precisa e un nome ben definito: “Questi americani mi hanno già rotto”, una frase che, senza bisogno di ulteriori specifiche, punta il dito contro Liberty Media, il colosso che ora controlla i diritti commerciali del mondiale.

Lo scontro tra due visioni del motociclismo

Secondo il padre di Marco, l'arrivo del nuovo proprietario statunitense rischia di travolgere l'essenza stessa di questo sport, trasformandolo in uno spettacolo globale sulla scia di quanto accaduto in Formula 1. La sua preoccupazione, che molti condividono pur guardando con ottimismo alle potenzialità di crescita, si concentra sulla possibile cancellazione di quelle radici e di quelle storie che, come quella del suo figlio scomparso, ne costituiscono l'anima e il patrimonio emotivo. “Vogliono cancellare la sua storia”, sostiene Simoncelli, esprimendo il timore che, in un modello orientato al puro intrattenimento e alla massimizzazione del profitto, non ci sia più spazio per le identità dei team indipendenti, per le vicende umane che hanno segnato il passato e per quei piloti che, come Marco, sono diventati simboli. Il rischio, insomma, è che spariscano i Gresini o i Nieto, squadre storiche legate a doppio filo a piloti leggendari, e con loro tutto un reticolo di memorie collettive.

Un ricordo che è una presenza costante

Il dolore per la perdita di Marco, avvenuta in pista nel 2011, resta una parte viva e tangibile della vita quotidiana di Paolo Simoncelli, come racconta lui stesso con disarmante lucidità. “Le ceneri sono in camera sua”, rivela, sottolineando come quella memoria non sia relegata a un semplice ricordo ma si manifesti come una presenza concreta che abita ancora la casa. Quel giorno di gara, come confessa, fu preceduto da un oscuro presagio, un segnale che lo spinse a voler fermare il figlio, un tentativo mai realizzato che oggi costituisce “il mio rimpianto”. È da questa ferita sempre aperta, intrecciata a un amore inestinguibile, che nasce e trae forza la dedizione al team, un'operazione che va ben oltre l'impegno sportivo per configurarsi come un vero e proprio atto di conservazione della memoria.

La battaglia per preservare un'eredità

La sua battaglia, quindi, non è soltanto quella di un team manager alle prese con le sfide di un mercato difficile. È diventata, suo malgrado, una resistenza contro quella che percepisce come una omologazione imposta dalla nuova governance. Quando parla degli americani che “ci fanno sentire inutili”, Simoncelli esprime la frustrazione di chi vede minacciata la propria ragion d'essere e il significato stesso di un'opera costruita sul sacrificio e sul legame affettivo. Il timore è che la spettacolarizzazione estrema, seppur capace di portare nuovi investitori e pubblico, finisca per appiattire le identità, rendendo marginali quelle realtà che, come la Sic58, sono nate da una storia personale e da una precisa missione sociale nel motociclismo.

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