Tadej Pogacar vince la Liegi-Bastogne-Liegi, ma il vero ostacolo si chiama Parigi-Roubaix

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La testa che ciondola, le spalle che si ingobbiscono sotto il peso della fatica, la sagoma di Tadej Pogačar che si allontana all’orizzonte lasciando gli inseguitori in un’inesorabile agonia: è una scena che il ciclismo contemporaneo ha imparato a conoscere fin troppo bene. Paul Seixas, sulla Roche-aux-Faucons durante l’ultima, decisiva ascesa della Liegi-Bastogne-Liegi, si è unito alla lunga lista di avversari costretti ad alzare bandiera bianca di fronte allo strapotere dello sloveno. Il fenomeno della UAE Team Emirates, infatti, quando decide di partecipare a una corsa, difficilmente sbaglia il bersaglio grosso, e nonostante una partenza balzana che lo vedeva costretto a mettere piede a terra dopo la caduta di Izagirre – con il gruppo che gli sfilava via sotto gli occhi – lo sloveno ha confezionato l’ennesima rimonta da manuale. In quella che è la sua quarta affermazione alla Decana, la terza consecutiva, Pogačar ha dovuto sudare più del previsto per domare la ribellione di un ragazzino di 19 anni, quel Seixas che a lungo gli è rimasto incollato alla ruota, resistendo a cinque scatti micidiali prima di cedere a 14 chilometri dal traguardo e chiudere con 45 secondi di ritardo.

Un’astinenza che diventa un’ossessione: il muro delle pietre

Eppure, se si analizza il palmares del fuoriclasse sloveno alla lente d’ingrandimento, emerge un’anomalia statistica che sta assumendo i contorni di un’autentica maledizione. Pogačar vince tutto ciò che vuole, dove e quando vuole – come dimostrano le sue recenti cavalcate alla Milano-Sanremo e al Giro delle Fiandre – ma esiste un trofeo che sistematicamente gli sfugge, quasi fosse un miracolo irraggiungibile. L’unico vero “buco” nel suo scintillante albo d’oro, l’ostacolo che non riesce a valicare nonostante una potenza di fuoco sovrumana, è rappresentato dai selciati infernali della Parigi-Roubaix. Non più di due settimane prima del suo trionfo in Ardenne, infatti, lo sloveno si è dovuto inchinare a Wout van Aert sul leggendario velodromo di Roubaix, in quella che rappresentava la grande occasione per entrare nel ristretto club degli egemonizzatori delle cinque Monumenti. Il secondo posto maturato in quella circostanza brucia ancora: alla distanza chilometrica di 260 km disseminati di tratti in pavé, le gambe dello sloveno hanno risposto presente, ma alla volata il colpo di reni del belga è stato inarrivabile.

Remco Evenepoel, l’angelo ribelle che anima la festa

E in mezzo a questo teatro di guerra a due ruote, chi è stato Remco Evenepoel nella giornata di ieri? Per molti versi, il vero artefice dello spettacolo, il ciclista “fumante e incazzoso” che si rifiuta di omologarsi a quell’atteggiamento sempre politically correct a cui il ciclismo moderno ci ha abituati. Il campione olimpico, nonostante un finale che lo ha visto scivolare sul podio con un ritardo di quasi due minuti, ha evitato che la corsa scivolasse nella noia. La sua è stata una fuga solitaria e spericolata – durata circa 165 km solcati a tutta velocità – che ha messo in seria difficoltà la squadra di Pogačar, obbligata a un inseguimento estenuante per ricucire uno strappo che in un certo momento ha toccato i tre minuti e venti secondi. Se l’è ritrovato lì, dietro le sue spalle, lo sloveno, costretto a giocarsi tutte le carte per riportare a casa l’ennesimo successo di prestigio. Sebbene alla fine abbia dovuto cedere, Evenepoel ha dimostrato sul parigrado della Liegi – di cui porta il soprannome di “angelo” – di essere ancora l’unico, insieme al giovane Seixas, capace di tenere in scacco un cannibale come Pogačar, imponendo un ritmo forsennato che solo un fuoriclasse può sostenere per così tanti chilometri.

Il duello generazionale e la legge del più forte

La volata finale ha quindi restituito la fotografia di un ciclismo che cambia pelle. Da una parte c’è Pogačar, che sul traguardo di Liegi ha sfoggiato quel sorriso carogna da angelo sterminatore, capace di far saltare il banco con una accelerazione che lascia senza ossigeno. Dall’altra Paul Seixas, il volto pulito del ciclismo francese che rifiuta la rassegnazione già a 19 anni, capace di rispondere colpo su colpo fino all’esaurimento delle energie. E se lo sloveno ha vinto per la quarta volta quella Liegi che, al pari del Lombardia, “non mente mai e premia sempre il più forte”, il messaggio lanciato dal giovanissimo transalpino è agghiacciante per gli avversari: non ha paura di sfidare il numero uno al mondo, e in futuro intende farlo sempre più spesso. Per Pogačar, che ormai colleziona vittorie con una facilità disarmante su quasi tutti i terreni, l’ombra del pavé della Roubaix rimane l’unica spina ancora conficcata nel fianco, l’unico grande palcoscenico dove il sipario scende sempre sulla sua sconfitta. Quella che doveva essere la missione impossibile per completare l’opera si è trasformata in un’autentica roccia di Sisifo. La stagione delle classiche è pressoché conclusa, e l’appuntamento con la storia è rinviato a data da destinarsi.

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