Fast food Usa: porzioni extralarge ridotte tra costi e farmaci dimagranti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non è soltanto una questione di girovita, benché quello, naturalmente, ci sia eccome, ma è soprattutto il portafoglio, sia quello dei gestori sia quello dei clienti, a decretare la fine di un'era. Le porzioni extralarge di patatine fritte, crocchette di pollo e bibite zuccherate, quelle montagne di cibo che per decenni hanno simboleggiato il sogno americano nei suoi iconici diner e nelle catene di fast food, stanno progressivamente scomparendo dai menu. L'aumento dei costi delle materie prime, dell'energia e della manodopera, come evidenzia un'analisi del Financial Times ripresa da diverse agenzie, sta costringendo i ristoratori a rivedere le proprie offerte, riducendo le quantità per cercare di mantenere prezzi accessibili e, di conseguenza, provare a non perdere una clientela sempre più in difficoltà con il caro-vita -1. A questo si aggiunge un fenomeno sociale e sanitario di proporzioni notevoli, ovvero la diffusione capillare dei farmaci dimagranti della classe GLP-1, quelli a base di semaglutide per intenderci, che inibiscono l'appetito e modificano radicalmente le abitudini alimentari di milioni di americani, i quali, mangiando meno, cercano piatti più piccoli e magari più proteici quando decidono di consumare un pasto fuori casa -2.

L’adeguamento delle catene tra Kfc e PF Chang’s

Le strategie messe in campo dalle grandi catene per affrontare questa duplice pressione sono già ben visibili e concrete. Kfc, lo storico marchio del pollo fritto, sta procedendo con un "adeguamento delle dimensioni delle porzioni" in tutti i suoi quattromila ristoranti sparsi sul territorio statunitense; a dirlo è stato senza mezzi termini Chris Turner, l'amministratore delegato di Yum Brands, il colosso proprietario non solo di Kfc ma anche di altri marchi come Taco Bell e Pizza Hut, nel corso di una recente chiamata con gli analisti per discutere i risultati trimestrali -1-8. Dall'altra parte, PF Chang's, la catena fusion asiatica che conta duecento locali negli Stati Uniti, aveva già mosso i passi lo scorso anno introducendo una porzione definita "media" per i suoi piatti principali, un'opzione che prima semplicemente non esisteva e che ora affianca quelle più abbondanti per andare incontro a chi desidera spendere meno o, complice l'effetto dei farmaci, ha un appetito ridotto -2. Non è un caso che Olive Garden, la nota catena di cucina italiana a stelle e strisce che basa la sua filosofia sull'offerta di quantità illimitate, abbia a sua volta introdotto sette piatti in versioni più piccole, un segnale potente di quanto il vento stia cambiando anche per chi ha costruito il proprio successo sull'abbondanza -2.

I numeri del cambiamento: calo delle presenze e nuovi comportamenti

A certificare la portata del fenomeno ci sono i dati, che fotografano un settore in affanno. La società di ricerche di mercato Black Box Intelligence ha rilevato cinque mesi consecutivi di rallentamento per il settore della ristorazione, con un calo delle presenze e delle vendite che riflette la stretta sul potere d'acquisto delle famiglie, ma non solo -1. Secondo stime della RAND ration, quasi il 12% degli americani fa uso di questi nuovi farmaci dimagranti, e ricerche come quelle di Morning Consult dimostrano che questi consumatori tendono a mangiare a casa più spesso e, quando escono, ordinano di meno -2. La risposta dell'industria, come osserva JP Frossard, analista di Rabobank citato dal Financial Times, è quasi obbligata: ridurre le porzioni diventa una strategia a doppio taglio che rende i menu più accessibili a chi ha budget limitati e si allinea perfettamente alle nuove esigenze fisiologiche di chi assume GLP-1, cercando così di riportare i clienti nei ristoranti -5.

Le radici storiche dell'abbondanza a stelle e strisce

Questa transizione segna un distacco netto da una tradizione consolidata nel corso del Novecento. L'abitudine alle maxi-porzioni, come spiegano gli esperti, è figlia dell'industrializzazione del XX secolo, quando il crollo dei prezzi di commodity come il mais, il grano, lo zucchero e la carne spinse i ristoranti a riempire i piatti per attrarre una clientesa operaia e famiglie in cerca di un pasto sostanzioso a poco prezzo -9. Uno studio del 2024 pubblicato sulla rivista accademica Foods ha quantificato questa peculiarità, rilevando che le porzioni di cibo consumate negli Stati Uniti sono in genere più grandi del 13% rispetto a quelle francesi, un dato che ha da sempre alimentato sprechi e, secondo i nutrizionisti, contribuito all'epidemia di obesità -4. Ora che i farmaci agiscono direttamente sui centri della fame e della ricompensa nel cervello, azzerando di fatto il desiderio di cibo spazzatura, e che l'inflazione spinge a ottimizzare ogni spesa, il modello dell'eccesso sembra aver fatto il suo tempo, lasciando spazio a un nuovo equilibrio dove qualità e quantità più contenuta potrebbero diventare la regola.

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