Auto ibride, tra risparmio e confusione: il mercato cresce ma mancano regole chiare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   In un momento in cui la transizione ecologica spinge verso soluzioni di mobilità più sostenibili, le auto ibride si confermano una scelta intermedia, capace di unire i vantaggi dei motori tradizionali a quelli delle elettriche. Se da un lato il loro successo è innegabile – in Italia rappresentano quasi il 45% delle vendite nei primi quattro mesi del 2025 – dall’altro la mancanza di standard condivisi rischia di disorientare chi si avvicina a questa tecnologia.

A sollevare il problema è l’Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, che in un recente studio ha evidenziato come la proliferazione di sigle e definizioni diverse – spesso utilizzate in modo non uniforme dai costruttori – crei un panorama frammentato. Le cosiddette "full hybrid" (HEV), che non possono essere ricaricate esternamente, dominano il mercato, costituendo il 72% dei modelli disponibili. Ma accanto a queste, le plug-in (PHEV), pur rappresentando solo il 6,4% delle vendite, stanno registrando una crescita costante, grazie alla possibilità di viaggiare in modalità completamente elettrica per tratte brevi.

Il nodo principale, però, resta la confusione terminologica. Mentre in Europa si tenta di armonizzare le classificazioni, in Italia molti acquirenti faticano a districarsi tra mild hybrid, full hybrid, plug-in e micro-ibride, con differenze tecniche non sempre immediatamente comprensibili. "La mancanza di criteri univoci", si legge nella ricerca, "espone i consumatori a scelte poco consapevoli, con il rischio di sottovalutare limiti e potenzialità delle diverse tipologie".

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