Il sarcasmo a colpi di striscioni tra Fiorentina e Verona, e quel gin tonic promesso alla Curva Fiesole

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Dall’andata al ritorno, il filo rosso che lega due tifoserie – quella viola e quella gialloblù – è stato un gioco al massacro verbale, ma senza mai alzare i toni oltre il limite della provocazione bonaria, se di bonario si può parlare quando a parlare sono le curve. Al Franchi, i sostenitori della Fiorentina avevano esposto un messaggio tanto sintetico quanto tagliente: “Chi arriva ultimo paga da bere”. Una stilettata, quella, rivolta a un Verona che già all’epoca navigava in acque profondamente agitate, quasi fosse un ospite indesiderato a una festa cui nessuno lo aveva invitato. Eppure, gli autori di quella frase, probabilmente, non si aspettavano una replica così puntuale e, a modo suo, elegante.

La risposta dell’Hellas Army, tra ironia e disperazione

Sabato scorso, durante la gara del Bentegodi, il gruppo organizzato dell’Hellas Army ha alzato al cielo – o meglio, al settore della propria curva – uno striscione che non solo rispondeva a quello fiorentino, ma lo rovesciava come un calzino. “Verona ultimo? Vi piace vincere facile! Mille gin tonic per la Curva Fiesole”, si leggeva su quel telo srotolato con orgoglio, quasi a sfidare la logica spietata della classifica. Perché se è vero che i padroni di casa occupavano l’ultimo posto (con un distacco ormai pauroso, nove punti dalla salvezza, una distanza che in altre circostanze si definirebbe abissale), è altrettanto vero che i loro tifosi hanno scelto la strada dell’autoironia per non farsi schiacciare dal peso di una retrocessione ormai scritta. Nessuna rissa, nessun lancio di oggetti: solo parole, appese a un telo, che valgono più di molti cori.

Una partita senza gol, ma con tre interventi decisivi di de Gea

Sul terreno verde, però, il copione è stato molto meno brillante. Verona e Fiorentina si sono chiuse in uno 0-0 che racconta poco e niente dello sviluppo reale del gioco, anzi, lo nasconde quasi. La traversa, per esempio, ha salvato i veneti su un tiro di Fagioli nei minuti iniziali della ripresa; un intervento, quello del legno, che sapeva di provvidenziale. Dall’altra parte, a difendere la porta viola, c’era un de Gea in stato di grazia: almeno tre parate decisive – tra cui un tuffo plastico su Oyegoke, destro secco e angolatissimo – hanno evitato che l’Hellas potesse anche solo assaporare il vantaggio. Più che i numeri, insomma, è stato il cuore a tenere in piedi una squadra, quella di Sammarco, che sembra scendere in campo solo per l’onore, dimenticando che al Bentegodi – quasi una maledizione – non vince praticamente mai. Bernede ci ha provato con un sinistro, ma de Gea c’era, e ha messo in angolo.

L’undici dell’Hellas e quella Pasqua amara per chi spera nei miracoli

Sammarco, dal canto suo, ha riproposto il solito modulo (il 3-5-2, con Montipò tra i pali e una difesa a tre formata da Nelsson, Edmundsson e Frese), accompagnato dalla consumata speranza – più abitudine che convinzione – di chi crede ancora nei miracoli. Una vigilia di Pasqua triste, per certi versi, perché la salvezza è ormai un miraggio: -9 punti con poche partite da giocare è un macigno. Meglio, allora, non farsi fiaccare dalla classifica e pensare ad altro. Così, mentre la Fiorentina tornava a farsi pericolosa con Gudmundsson (palla fuori dopo un intervento goffo di Kean), la Curva Fiesole avrà pure sorriso, pensando a quei mille gin tonic promessi. Perché, in fondo, se devi pagare da bere da ultimo, almeno fallo con stile.

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