Il futuro delle batterie passa dalle nuove chimiche, ma l'asse produttivo resta asiatico
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Redazione Economia
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Il settore dell'auto elettrica, nonostante un momento di mercato altalenante che ne condiziona la percezione da parte del grande pubblico, continua a vivere una fase di profonda e incessante trasformazione tecnologica. Le ricerche non si fermano, anzi, si moltiplicano gli sforzi per superare i limiti oggettivi che ancora frenano una diffusione più capillare dei veicoli a batteria: ci si riferisce, nello specifico, alla durata effettiva delle celle, alla loro resilienza in condizioni climatiche estreme e, aspetto non secondario, alla sostenibilità economica e geopolitica dell'approvvigionamento delle materie prime. In questo scenario complesso si inseriscono innovazioni come le batterie Litio Manganese Ferro Fosfato, meglio note con l'acronimo LMFP, su cui sta puntando con decisione la startup britannica Integrals Power. L'azienda, attraverso test condotti da enti terzi come QinetiQ e la Cranfield University, ha dimostrato come il suo materiale catodico, caratterizzato da un contenuto di manganese pari all'80%, sia in grado di offrire un incremento della densità energetica del 20% rispetto alle tradizionali LFP, avvicinandosi per certi versi alle prestazioni delle più costose batterie al nichel-cobalto-manganese (NCM) -1-10. Le celle prodotte con questa chimica, secondo i dati diffusi, mantengono una capacità residua notevole anche a regimi di scarica elevatissimi, un aspetto cruciale per garantire prestazioni autostradali senza cali significativi; a -25 gradi centigradi, poi, la capacità trattenuta si attesterebbe attorno all'85%, un dato che farebbe impallidire le prestazioni delle batterie attualmente in commercio e che aprirebbe scenari interessanti per i mercati nordici o alpini -4.
Parallelamente alla ricerca su materiali noti ma ottimizzati, si fanno strada anche ipotesi più di rottura. Un team di ricercatori dell'Università della Scienza e della Tecnologia di Hong Kong ha recentemente pubblicato uno studio, apparso su Advanced Science, relativo a una batteria agli ioni di calcio con un elettrolita definito “quasi-solido” -3. L'elemento di novità, in questo caso, risiede nell'uso di strutture organiche covalenti (COF) che, opportunamente “bagnate” con un solvente, fungono da binari per guidare gli ioni di calcio, il cui movimento all'interno di elettroliti tradizionali era finora uno dei principali ostacoli. Il prototipo realizzato ha mostrato di mantenere oltre il 74% della sua capacità iniziale dopo mille cicli di carica e scarica, un risultato che, seppur in una fase embrionale di laboratorio, indica una strada percorribile per utilizzare il calcio – quinto elemento più abbondante sulla crosta terrestre e dal costo irrisorio rispetto al litio – come vettore di carica -3-9. Si tratterebbe, qualora la tecnologia venisse perfezionata e resa scalabile industrialmente, di un vero e proprio cambio di paradigma, che sposterebbe il focus dall'estrazione di materie prime critiche a processi chimici basati su materiali diffusi e a basso impatto ambientale.
Tuttavia, a fotografare la situazione attuale con realismo, è chi opera sul campo da anni. Marco Righi, cofondatore e presidente di Flash Battery, azienda reggiana specializzata in batterie al litio per veicoli industriali, mezzi agricoli e applicazioni marine, non usa giri di parole: il futuro delle batterie, inteso come controllo della filiera e capacità produttiva su larga scala, lo scrive l'Asia -2. In un'intervista, Righi sottolinea come circa il 95% delle celle prodotte globalmente sia di fabbricazione cinese, una dipendenza che appare difficile da scalfire nel breve periodo. All'Europa, secondo questa visione, restano spazi di manovra importanti ma di nicchia: l'integrazione di sistemi, la personalizzazione per settori specifici come il ground support equipment o la nautica, e, soprattutto, il business del riciclo, destinato a diventare strategico nei prossimi anni quando le prime grandi quantità di batterie giungeranno a fine vita -2. Flash Battery stessa, del resto, ha recentemente automatizzato la propria linea di assemblaggio moduli con tecnologie laser, portando in Italia una fase critica della produzione, ma continuando ad acquistare le celle dai grandi produttori asiatici, a dimostrazione di una divisione del lavoro che appare, al momento, ineluttabile -5.




