Il riciclo delle batterie tra nuove tecnologie e realtà industriale
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Redazione Economia
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Il destino delle batterie agli ioni di litio una volta giunte al termine della loro vita operativa rappresenta uno dei nodi cruciali per la sostenibilità della mobilità elettrica, e negli ultimi mesi si moltiplicano gli annunci di innovazioni e investimenti in questo settore. Se da un lato l’opinione pubblica discute ancora sulla durata effettiva degli accumulatori, dall’altro l’industria si sta già attrezzando per gestire i flussi, destinati a crescere in modo esponenziale, di moduli esausti. Non si tratta più soltanto di smaltire un rifiuto, ma di impostare una filiera in grado di recuperare materie prime critiche come litio, cobalto e nichel, riducendo la dipendenza dalle nazioni estrattrici e abbattendo l’impatto ambientale complessivo delle auto a batteria.
L’accelerazione della ricerca e i nuovi processi
Diversi attori, dalla ricerca accademica ai grandi costruttori, stanno mettendo a punto metodologie per rendere il riciclo più efficiente e meno energivoro. Un esempio concreto arriva dalla BMW Group, che in partnership con Encory ha recentemente avviato presso il Cell Recycling Competence Center di Salching, in Baviera, un processo di riciclo diretto. Questo approccio, spiegano dall’azienda, consente di smontare meccanicamente i materiali di scarto della produzione di celle senza ricorrere alle tradizionali fasi di trattamento chimico o termico, solitamente caratterizzate da un elevato consumo energetico. Le materie prime così recuperate, nell’ordine di diverse decine di tonnellate all’anno a regime, vengono reintrodotte direttamente nel ciclo produttivo delle celle presso il vicino centro di competenza di Parsdorf, chiudendo idealmente il cerchio in un raggio geografico molto limitato.
Parallelamente, la comunità scientifica internazionale propone soluzioni innovative. Sulla rivista Nature Communications è stata recentemente illustrata una strategia definita “Three-in-One” che sfrutta un trattamento meccanico-chimico per favorire la separazione del litio dai metalli di transizione presenti nelle batterie esauste. Il metodo opera a temperatura ambiente e utilizza la CO₂ come unico reagente per lisciviare il litio, raggiungendo efficienze di recupero superiori al 95%. Il residuo del processo, inoltre, viene trasformato in un catalizzatore utile per reazioni chimiche, dimostrando come l’upcycling dei materiali possa rappresentare una frontiera avanzata per aggiungere valore al posto di limitarsi a smaltire.
L’impiantistica italiana e il quadro normativo
Nemmeno l’Italia resta a guardare in questo scenario. Un consorzio formato da Reinova, A&C Ecotech e il gruppo BTS & Saker ha annunciato il completamento della fase di test e l’avvio operativo di quello che viene definito il primo hub industriale integrato in Italia per il riciclo totale delle batterie agli ioni di litio. L’impianto, progettato per trattare le chimiche più comuni come NMC e LFP, è in grado di produrre un cosiddetto “black mass” – la polvere che contiene i materiali pregiati – con un grado di purezza del 99,6%, un valore che i promotori definiscono come nuovo standard di settore. Una capacità di pretrattamento stimata in 12.000 tonnellate annue e l’attenzione alla tracciabilità digitale attraverso il Battery Passport richiesto dall’Unione Europea rappresentano i pilastri di questa iniziativa, che mira a ridurre la dipendenza dalle importazioni extraeuropee di metalli strategici.
Il contesto normativo europeo, con il nuovo regolamento sulle batterie, impone obiettivi via via più stringenti per il recupero dei materiali, spingendo l’industria verso un modello di economia circolare. Le stime parlano di un mercato globale del riciclo destinato a passare dagli attuali 2,5 miliardi di dollari a circa 70 miliardi l’anno entro il 2040, un’esplosione che giustifica gli ingenti investimenti in corso da parte di case automobilistiche e imprese specializzate. Non si tratta solo di una questione ambientale, ma di una vera e propria leva di competitività industriale e di sicurezza dell’approvvigionamento.
La parabola del valore residuo e la durabilità reale
Mentre la tecnologia del riciclo avanza, il mercato dell’usato e i dati sullo stato di salute delle batterie dipingono un quadro in evoluzione. Lo studio della società di consulenza Circular Energy Storage ha rilevato un calo del 26,5% nel prezzo delle batterie usate nel quarto trimestre del 2025 rispetto all’anno precedente, un dato che ridimensiona le previsioni di qualche anno fa che volevano questi componenti come asset in grado di sostenere alti valori residui per le auto elettriche. Una svalutazione che, di fatto, rende più accessibili i moduli sostitutivi o i sistemi di accumulo stazionario realizzati con batterie di seconda vita.
A controbilanciare le preoccupazioni sulla longevità, tuttavia, arrivano dati incoraggianti. L’analisi condotta da Arval su 24 mila veicoli in 11 Paesi ha mostrato come lo stato di salute delle batterie si mantenga stabilmente sopra il 90% anche dopo 160 mila chilometri. Nella stessa direzione va l’indagine della start-up britannica Generational, che ha certificato su un campione di oltre 8.000 veicoli elettrici un SoH (State of Health) medio del 95,15% rispetto alla capacità originale. Auto con un’età compresa tra gli 8 e i 12 anni, secondo questo studio, mostrano ancora un SoH medio intorno all’85%, un dato che suggerisce come il degrado non sia una caduta improvvisa ma un processo lento e graduale, spesso più lento della vita utile della vettura stessa. Il mercato internazionale, infine, risente di queste dinamiche: nella Repubblica Democratica del Congo, il prezzo della tonnellata di batterie usate ha registrato un incremento dell’1,52% all’inizio di febbraio, sintomo di una domanda globale in movimento per questa nuova tipologia di materia seconda.




