Crisi del carburante, le low cost tagliano i voli e gli aeroporti regionali tremano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il costo del cherosene, schizzato dopo l’escalation delle tensioni in Medio Oriente con il blocco dello Stretto di Hormuz, sta riscrivendo le strategie del trasporto aereo globale. Le compagnie, che si trovano a dover fronteggiare non solo un rincaro senza precedenti ma anche l’incognita delle forniture future, hanno avviato una profonda revisione delle proprie operazioni. Ne consegue, inevitabilmente, un duplice effetto sul mercato: da un lato una riduzione dell’offerta – con migliaia di voli cancellati, soprattutto su quelle rotte ritenute marginali – e dall’altro una pressione al rialzo sulle tariffe, destinate a lievitare per compensare i costi operativi lievitati. È in questo scenario, come emerge dalle ultime rilevazioni di settore, che i modelli di business più fragili, ossia quelli delle low-cost, mostrano per primi i segni della cedevolezza strutturale.

L’effetto domino sul modello low-cost

Le compagnie aeree che basano la loro esistenza sulla rotazione rapida dei velivoli e su margini di profitto estremamente sottili sono finite in prima linea. Ryanair, Transavia e Volotea, insieme ad altri vettori, hanno già annunciato tagli significativi ai programmi di volo per i prossimi mesi, specialmente verso quelle destinazioni dove la domanda, già frenata dall’incertezza geopolitica, non garantisce il pieno utilizzo dei posti. Secondo alcune stime, queste realtà controllano poco più di un terzo del mercato globale, una fetta considerevole che, riducendo la capacità, finirà per alimentare un circolo vizioso: meno voli disponibili si traducono in una minore concorrenza su determinate tratte e, di conseguenza, in biglietti più cari anche per i vettori tradizionali. La tedesca Lufthansa, per fare un esempio concreto, ha rivisto al ribasso le proprie operazioni regionali, cancellando una mole impressionante di collegamenti fino a ottobre, una mossa che altri competitor stanno implicitamente replicando.

Lo stallo degli aeroporti regionali

Le ripercussioni, però, non si fermano alle compagnie. A pagare il prezzo più alto sono gli aeroporti regionali europei. Riuniti a Torino nella conferenza annuale di Aci Europe (Airport Councils International), i gestori hanno lanciato un allarme definito da molti come “esistenziale”. Il motivo è semplice: quando una compagnia decide dove tagliare, parte sempre dagli scali più piccoli, quelli dove la domanda è elastica e meno redditizia. Con il jet fuel arrivato a costare oltre 1.800 dollari a tonnellata, mantenere una rotta secondaria diventa un lusso insostenibile. Molti di questi scali, fondamentali per la coesione territoriale, registrano ancora un traffico inferiore del 30% rispetto ai livelli pre-pandemia, mentre i grandi hub hanno già recuperato. La situazione è paradossale: gli aeroporti minori, pur di non perdere i pochi vettori rimasti, hanno congelato le tariffe a livelli inferiori all’11% rispetto al 2019, arrivando a perdere in media oltre due euro e mezzo a passeggero.

La posizione dell’associazione dei tour operator

In questo quadro di incertezza, il mondo del turismo organizzato tenta di mantenere la barra dritta. L’associazione Astoi - Confindustria Viaggi, attraverso le dichiarazioni del suo presidente Pier Ezhaya, ha provato a fare chiarezza sull’effettiva portata del fenomeno. Se da un lato si riconosce che la situazione internazionale ha avuto un impatto concreto sulle prenotazioni – con una contrazione immediata della domanda nelle settimane immediatamente successive all’acuirsi del conflitto – dall’altro non si ritiene utile alimentare un clima da panico. “Si continua a viaggiare”, è stato il messaggio ribadito, nonostante la complessità del momento. Ezhaya ha osservato come i consumatori tendano a momentaneamente congelare le decisioni relative al tempo libero di fronte a eventi traumatici, ma ha anche sottolineato la necessità di distinguere tra le aree direttamente coinvolte nella guerra e quelle, come l’Egitto, che ne subiscono solo gli effetti collaterali ingiusti senza esserne protagoniste.

Nonostante il razionamento e i rincari, gli scali italiani assicurano per ora scorte sufficienti a coprire il fabbisogno di maggio, lasciando intendere che l’estate potrebbe non essere del tutto compromessa. Tuttavia, la riduzione dei voli da parte dei grandi gruppi, come nel caso di Lufthansa e delle low-cost, continuerà a rimodellare l’accessibilità di molte mete.

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