Il ritorno degli ‘urlatori del No’ e la polemica sulla riforma della giustizia
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Redazione Interno
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A meno di una settimana dal referendum che potrebbe riscrivere – o confermare – l’assetto della giustizia italiana, il dibattito pubblico, anziché concentrarsi sul merito delle modifiche costituzionali, è scivolato in una dialettica aspra che ricorda le campagne referendarie più divisive del passato. Tra i protagonisti di questa tornata, spicca la figura del rettore dell’Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari, storico dell’arte e saggista noto per il suo impegno civile, il quale è finito al centro di una bufera giudiziaria e politica per via di alcune dichiarazioni definite "apocalittiche" dai suoi detrattori. Lo scontro, come spesso accade in queste fasi, ha finito per sovrapporre il piano della riforma istituzionale a quello delle invettive personali, alimentando un clima che poco ha a che fare con la serenità del confronto democratico.
La genesi della polemica risiede nelle parole usate da Montanari nel corso di un evento pubblico a Firenze dedicato proprio al referendum. In quell’occasione, il professore, paragonando i padri e le madri costituenti agli attuali vertici del governo, aveva utilizzato l’espressione “banditi” per riferirsi a esponenti dell’esecutivo e della maggioranza, suscitando la reazione immediata del presidente del Senato, Ignazio La Russa. Quest’ultimo, dopo aver concesso un breve lasso di tempo per delle scuse che non sono arrivate, ha formalizzato una querela per diffamazione, dando il via a un procedimento civile che ora dovrà accertare se l’offesa superi il legittimo esercizio del diritto di critica politica. Una vicenda, questa, che riaccende il dibattito sui limiti della satira e della protesta in una democrazia parlamentare dove il dissenso, anche quando espresso in forme sgradevoli, rimane un cardine inviolabile.
Nel merito della questione referendaria, al di là delle scintille verbali, la posta in gioco è sostanziale. Le modifiche costituzionali in discussione prevedono l’introduzione della separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Montanari, intervenendo nel dibattito, ha concentrato le sue critiche su un aspetto specifico e meno dibattuto: la proposta di legge costituzionale firmata da Giusi Bartolozzi, risalente all’ottobre del 2020. Secondo l’analisi del rettore, quel testo rappresenterebbe un tentativo di "devastare" la Costituzione, in quanto prevede che il pubblico ministero eserciti l’azione penale seguendo criteri e priorità stabiliti dal governo, con validità triennale. Una prospettiva che, a suo avviso, minerebbe alla radice l’obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Carta, sottoponendo di fatto l’attività inquirente alle direttive dell’esecutivo.




