Nessuna condanna ce li restituirà: l'attesa dei familiari delle vittime del ponte Morandi

Nessuna condanna ce li restituirà: l'attesa dei familiari delle vittime del ponte Morandi
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Redazione Interno Redazione Interno   -   C'è un legame profondo, fatto di dolore e di memoria, che unisce Genova a Pinerolo. Quel 14 agosto 2018, quando il viadotto autostradale crollò rovinosamente al suolo, non si portò via solo quarantatré vite, ma spezzò il futuro di intere famiglie. Tra le vittime, quattro erano pinerolesi: Andrea Vittone, la moglie Claudia Possetti e i figli di lei, Manuele e Camilla Bellasio, rispettivamente di sedici e dodici anni.

Da quel giorno, il Comitato dei familiari delle vittime, nato proprio a Pinerolo, ha rappresentato una voce ferma e determinata nella ricerca della verità, trasformando il dolore personale in una battaglia collettiva per la giustizia.

Un'attesa lunga otto anni

A quasi otto anni da quel maledetto 14 agosto, e a quattro dall'inizio del dibattimento, i giudici del tribunale di Genova si ritirano oggi in camera di consiglio per pronunciare l'attesissima sentenza di primo grado. Il processo, uno dei più imponenti e complessi della storia giudiziaria italiana, conta cinquantasette imputati tra dirigenti, funzionari e tecnici, accusati a vario titolo di omicidio colposo plurimo, crollo colposo e omissione dolosa di cautele.

La Procura di Genova ha depositato richieste di condanna che, complessivamente, ammontano a quasi quattrocento anni di reclusione, mentre per un solo imputato ha chiesto l'assoluzione. Dopo le ultime repliche della difesa, i giudici si sono ritirati e, secondo le previsioni, potrebbero uscire dalla camera di consiglio già entro questa sera con il dispositivo.

Il crollo del viadotto Polcevera, progettato dall'ingegnere Riccardo Morandi, avvenne poco dopo le undici e trenta del mattino di ferragosto, in un momento di intenso traffico veicolare. La struttura, alta fino a quarantacinque metri, cedette improvvisamente in un tratto di circa duecento metri, trascinando nel vuoto decine di auto e camion.

Per ore, la città di Genova rimase sconvolta e i soccorsi lavorarono senza sosta tra le macerie fumanti, mentre il Paese intero seguiva con angoscia gli aggiornamenti di quella che sarebbe diventata una delle pagine più buie della storia delle infrastrutture nazionali.

Il silenzio di Arezzo

La sentenza di oggi, per quanto attesa e forse persino scontata nella sua severità, non potrà restituire nulla a chi ha perso tutto. Carmela Billi, madre di Stella Boccia, una delle giovani vittime del crollo, ha dichiarato che ogni verdetto arriva attutito, quasi irrilevante davanti al silenzio del telefono della figlia, quel telefono che da quel giorno ha smesso di squillare. Stella, ventiquattro anni, era in auto con il fidanzato Carlos Trujillo quando il ponte cedette, e per sua madre il tempo si è fermato a quell'istante.

Ad Arezzo, dove la famiglia risiede, il verdetto imminente si scontra con una consapevolezza profonda: nessuna condanna, nessuna pena potrà mai colmare il vuoto lasciato da una vita spezzata.

Il processo ha messo in luce un sistema di manutenzione e controllo che, secondo gli inquirenti, avrebbe dovuto segnalare i segnali di degrado della struttura anni prima del crollo. Le consulenze tecniche hanno evidenziato problemi legati alla corrosione dei cavi di acciaio e alle armature del calcestruzzo, elementi che avrebbero reso il ponte vulnerabile già da tempo.

L'impianto accusatorio si è concentrato sulle responsabilità di Autostrade per l'Italia e dei suoi vertici, accusati di aver sottovalutato o ignorato le avvisaglie di un cedimento che, per i pubblici ministeri, era prevedibile e prevenibile.

La ricerca della verità

Per il Comitato dei familiari, la battaglia non si è limitata all'aula di tribunale. Da subito, l'associazione ha promosso iniziative per tenere alta l'attenzione mediatica e politica sulla vicenda, spingendo per la creazione di una commissione parlamentare d'inchiesta e per l'istituzione di un reato specifico di disastro colposo che tenesse conto delle peculiarità di simili eventi.

La loro voce, ascoltata anche in Parlamento, ha contribuito a mantenere viva la memoria collettiva di una strage che aveva dell'incredibile, quella di un'infrastruttura moderna che crolla su sé stessa in un giorno di festa.

Oggi, l'attenzione di familiari e opinione pubblica è tutta concentrata sul verdetto che verrà emesso, un atto che chiude la fase dibattimentale ma che difficilmente segnerà un punto d'arrivo definitivo. La complessità della vicenda e il numero di imputati fanno presagire che la sentenza di primo grado sarà solo un tassello di un percorso giudiziario destinato a proseguire con i successivi gradi di giudizio.

Tuttavia, per chi ha perso un figlio, un genitore o un compagno, questo momento rappresenta una tappa significativa nel lungo cammino verso quella giustizia che, per quanto tardiva, è comunque sentita come un dovere morale verso le vittime.

Mentre i giudici sono in camera di consiglio, le famiglie attendono fuori dal tribunale, strette attorno al ricordo dei loro cari. Non c'è ansia da copione, solo la stanchezza di un'attesa che dura ormai da un'era geologica e la speranza, forse vana, che il diritto sappia restituire un senso a ciò che di senso, in fondo, non ne ha mai avuto. Le condanne, qualunque esse siano, restituiscono un nome alle vittime, ma non il loro sorriso, e questa è una consapevolezza che accompagna ogni familiare da quel maledetto 14 agosto del duemiladiciotto.

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