La campagna referendaria si infiamma, Stolfi: «Nessun attacco ai magistrati, la riforma è il passaggio dovuto»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mancano ormai poche ore alla chiusura dei seggi, e il dibattito intorno al referendum costituzionale sulla giustizia – quello che chiama in causa la separazione delle carriere dei magistrati – si è trasformato in un confronto serrato, fatto di accuse incrociate e di una retorica che, nelle intenzioni dei sostenitori del Sì, rischia di travisare la portata della legge. A intervenire in questa fase convulsa è l’avvocato Nicola Stolfi, figura nota nel panorama forense, il quale respinge al mittente le critiche di chi vede nel testo una manovra punitiva nei confronti dell’ordine giudiziario. «Si è creato un clima incomprensibile», ha dichiarato il legale, sottolineando come la riforma in realtà rappresenti «il passaggio dovuto di un lungo cammino intrapreso sia dai progressisti in passato che dall’attuale governo». Stolfi, schierandosi per il fronte del Sì, ha voluto chiarire un punto che ritiene centrale: l’intervento normativo non costituisce un attacco ai magistrati, ma piuttosto un completamento necessario per attuare il principio del giusto processo, un cantiere aperto da anni.

Dall’altra parte della barricata, a farsi portavoce delle ragioni del No, arriva la voce di Selvaggia Lucarelli. In un passaggio della sua newsletter "Vale Tutto", la scrittrice e opinionista ha confessato le difficoltà incontrate nel formarsi un’opinione, nonostante una frequentazione assidua delle aule giudiziarie. «Ho riflettuto parecchio su come argomentare il mio No», scrive Lucarelli, «perché quasi tutte le opinioni che avrebbero dovuto convincermi contenevano così tanti tecnicismi da scoraggiarne l’approfondimento». La sua posizione, pur riconoscendo la complessità del quesito, si allinea con chi vede nella comunicazione del fronte del Sì una strategia poco trasparente: «Il modo in cui hanno provato a convincerci a votare sì è disonesto», ha aggiunto, facendo leva sull’idea che la riforma superi la capacità di scelta del cittadino medio.

Il lungo cammino della riforma e il nodo della conoscenza popolare

Il testo su cui il Paese è chiamato a esprimersi il 22 e 23 marzo – una riforma costituzionale già approvata dal Parlamento, ma senza aver raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi – impone quindi il passaggio attraverso il referendum confermativo. La legge, che modifica l’assetto della magistratura separando le funzioni requirenti da quelle giudicanti, arriva al voto in un clima di profonda divisione. Eppure, al di là delle trincee politiche, emerge un dato che attraversa il dibattito: la difficoltà per l’elettorato medio di orientarsi tra i tecnicismi. Una parte consistente dell’elettorato, infatti, non ha potuto sviluppare una perfetta conoscenza dei quesiti, un vuoto informativo che rischia di trasformare la consultazione in un voto più identitario che consapevole. A pesare, nella percezione comune, era stata l’aspettativa di una riforma della giustizia capace di risolvere le criticità strutturali: l’accelerazione dei processi, la semplificazione di procedure considerate farraginose, la certezza dei tempi e il rispetto di un equilibrio tra gli strumenti degli inquirenti e quelli a disposizione del giudice per le indagini preliminari.

Il fronte del No e le accuse di deriva autoritaria

A compattare le resistenze contro la riforma è intervenuta anche la CGIL, che ha scelto di aderire al comitato civile per il No. Il sindacato, attraverso una presa di posizione chiara, ha motivato la propria scelta con la convinzione che nella legge Nordio – così come viene chiamata dal nome del guardasigilli – siano rintracciabili «tutti i segnali di un disegno autoritario che riduce la democrazia e mina la giustizia e la Costituzione». Una lettura, quest’ultima, che riflette il timore di una cesura nella separazione dei poteri, dove l’indipendenza della magistratura rischierebbe di essere compromessa. I sostenitori del No, in questa campagna referendaria che volge ormai al termine, hanno insistito sul fatto che il testo non accelererà realmente i processi né garantirà quella giustizia “vera” che molti cittadini auspicavano, focalizzando l’attenzione sul rischio di indebolire il ruolo del giudice terzo, già di per sé messo in difficoltà da mezzi limitati e da uno squilibrio storico rispetto alla potenza investigativa delle procure.

I nodi irrisolti della giustizia e la frammentazione del voto

Sullo sfondo di questo scontro rimangono le questioni irrisolte che avevano alimentato, negli anni precedenti, la domanda sociale di un intervento. Il formarsi di fenomeni di autoreferenzialità all’interno dell’ordine giudiziario, gli squilibri tra gli strumenti in possesso degli inquirenti rispetto al giudice terzo (una figura che di fatto non risultava sempre garantita nello svolgimento delle funzioni per i pochi mezzi a sua disposizione), così come la cronica lentezza del processo civile, di cui spesso non si ha contezza delle ricadute economiche e civili, rappresentano il terreno fertile su cui si è innestata la proposta di riforma. Stolfi, nel respingere le accuse di voler colpire i magistrati, ha richiamato l’urgenza di superare quei «grumi di poteri che si coprono col principio dell’indipendenza», un passaggio, quest’ultimo, che per i giuristi vicini al Sì rappresenta la chiave per ripristinare un equilibrio fisiologico. Mentre i comitati del No continuano a tenere gli ultimi focus – come quello del 20 marzo dedicato alle ragioni del voto contrario – la sensazione che emerge è quella di un’elettorato spaccato, con una maggioranza silenziosa che si accinge a votare senza avere piena contezza di come l’assetto costituzionale potrebbe cambiare dopo il responso delle urne.

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