La guerra in Medio Oriente travolge il fronte diplomatico, i mercati energetici e la quotidianità dei civili
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Redazione Esteri
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L’escalation militare in Medio Oriente, giunta al diciannovesimo giorno, ha ormai travalicato i confini dello scontro diretto tra Israele e Iran, assumendo i contorni di un conflitto regionale dalle conseguenze potenzialmente dirompenti per l’economia globale. Le prime pagine dei quotidiani di oggi, nel raccontare la complessità di questa crisi, pongono l’accento sulla nuova strategia di Teheran che, attraverso le Guardie Rivoluzionarie, ha lanciato un avvertimento inequivocabile ai Paesi del Golfo: le loro infrastrutture energetiche, cuore pulsante dell’economia mondiale, sono ormai nel mirino. L’attacco al gigantesco hub del gas di Ras Laffan, in Qatar, rappresenta un salto di qualità nella strategia bellica iraniana. Un’azione, quella contro il più grande impianto di liquefazione del gas al mondo, che ha provocato danni estesi e innescato una reazione a catena sul piano diplomatico, con Doha che ha reagito espellendo immediatamente gli addetti militari e di sicurezza iraniani.
La replica degli Stati Uniti non si è fatta attendere, sebbene la Casa Bianca abbia inizialmente negato un coinvolgimento diretto nel raid contro il giacimento di South Pars. Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ha comunque minacciato ritorsioni pesantissime, paventando la distruzione totale delle strutture energetiche iraniane qualora dovessero ripetersi offensive simili a quella qatariota. Sul fronte opposto, la nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha promesso pubblicamente vendetta per l’uccisione del capo della sicurezza Ali Larijani, in un clima interno sempre più segnato dalla mobilitazione bellica e dalla repressione, come dimostra l’esecuzione di tre persone condannate per spionaggio a favore di Washington e Tel Aviv. L’Arabia Saudita, dal canto suo, ha intercettato missili e droni, con il ministro degli Esteri che ha avvertito come il regno non cederà alle pressioni, riservandosi il diritto di rispondere militarmente.
Uno scacchiere in fiamme e il grido d'allarme del patriarca Pizzaballa
In questo quadro di tensione crescente, la risposta militare si allarga a macchia d’olio. Dopo il Qatar, anche il Kuwait ha annunciato l’arresto di dieci militanti affiliati a Hezbollah, accusati di pianificare attentati contro obiettivi vitali del paese. Nel frattempo, nello Stretto di Hormuz, uno snodo cruciale per il transito del petrolio, una nave è stata colpita da un proiettile, mentre in Cisgiordania si registrano le prime vittime palestinesi del conflitto: tre donne sono morte vicino a Hebron a causa della caduta di frammenti missilistici, un tragico effetto collaterale di una guerra che non conosce più confini. In questo contesto di violenza dilagante, si leva una voce critica e profondamente umana, quella del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. Le sue parole, riprese da L’Osservatore Romano, sono un’invettiva contro la deriva di violenza: "Non ci sono nuove crociate, Dio è tra coloro che stanno morendo". Il porporato ha denunciato con forza la manipolazione del nome di Dio per giustificare il massacro, definendolo il peccato più grave di questo tempo, e ha richiamato l'attenzione sulla drammatica situazione umanitaria a Gaza e in Cisgiordania, ormai dimenticata dai riflettori dei media internazionali.
L’impatto di questa escalation si riverbera inevitabilmente sugli equilibri geopolitici mondiali. Il Cremlino, attraverso il portavoce Dmitry Peskov, ha ufficializzato la sospensione dei colloqui trilaterali di pace tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. Un rinvio, hanno precisato da Kiev, dovuto alla necessità per Washington di concentrare tutte le proprie risorse diplomatiche e di intelligence sul fronte mediorientale in fiamme. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhiy Tykhy, ha cercato di smorzare i toni, spiegando che si tratta di una pausa temporanea e non di una cancellazione definitiva del tavolo negoziale, sebbene l’attenzione dell’amministrazione Trump sia al momento completamente assorbita dalla crisi con l’Iran.
Le tensioni sul petrolio dividono gli alleati e paralizzano l'Europa
Sul fronte economico, la guerra in Medio Oriente sta provocando scosse di assestamento che mettono a nudo le crepe nell’alleanza atlantica. La decisione dell’amministrazione Trump di allentare temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, consentendo l’acquisto di greggio rimasto bloccato in mare, ha scatenato le ire dei leader europei. L’iniziativa, motivata dalla necessità di calmierare i prezzi dell’energia schizzati oltre i cento dollari al barile dopo gli attacchi iraniani, è stata letta da Bruxelles come un’inaccettabile marcia indietro. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato di un segnale sbagliato, mentre la presidente del Consiglio europeo António Costa ha definito la mossa unilaterale molto preoccupante per la sicurezza del continente, sottolineando come qualsiasi incremento delle entrate russe vada a finanziare la macchina da guerra di Mosca contro l’Ucraina.
Parallelamente, l’Unione Europea si trova in un vicolo cieco a causa del veto ungherese. Viktor Orbán, forte della posizione negoziale guadagnata in questo contesto di turbolenze, ha bloccato l’erogazione di un prestito da novanta miliardi di euro a Kiev, legando il suo assenso alla ripresa del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba. Una condizione, quella posta dal premier magiaro, che l’Alta rappresentante UE Kaja Kallas ha definito irrazionale, accusando Budapest di aver rimangiato un accordo già siglato e di minare la cooperazione in buona fede all’interno del Consiglio. In un momento in cui la Federal Reserve ha già rivisto al rialzo le prospettive di inflazione a causa dell’incertezza energetica, la paralisi decisionale europea rischia di aggravare ulteriormente uno scenario economico già pesantemente compromesso dalla crisi in Medio Oriente.
Tra fuochi incrociati e banchi di prova interni
In questo clima internazionale incandescente, trovano spazio anche vicende che intrecciano la politica estera con la cronaca e le scadenze democratiche interne. Se da un lato le Olimpiadi invernali di Milano Cortina regalano all’Italia un record di medaglie e l’orgoglio sportivo, con Lisa Vittozzi e Davide Ghiotto simboli di una spedizione azzurra trionfale, dall’altro il governo affronta le ripercussioni economiche del conflitto, varando misure per contrastare il caro-carburanti. E mentre le opposizioni scendono in piazza a Roma per il "No" al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, la premier Meloni difende la riforma definendola storica, in un dibattito che sembra svolgersi su un altro pianeta rispetto alle macerie di Gaza e ai giochi di potere sul petrolio. La guerra, infatti, non concede tregue e l’esercito israeliano ha già promesso di proseguire con le eliminazioni mirate, dopo l’uccisione del ministro dell’Intelligence iraniano Esmail Khatib, in un’escalation che non accenna a placarsi.




