Crosetto: «Nessuna missione di guerra in Arabia Saudita»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   I militari italiani presenti in Arabia Saudita non partecipano ad azioni di guerra e il loro trasferimento nel Paese non rappresenta l'avvio di una nuova missione militare. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa Guido Crosetto durante l'audizione dell'8 ottobre 2026 davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, convocata per chiarire la presenza delle forze italiane nel territorio saudita dopo l'attacco alla base aerea di Ta'if.

Il trasferimento dal Kuwait e i compiti dei militari italiani

Il ministro ha precisato che nessun assetto militare italiano ha fornito sostegno alle operazioni belliche in corso in Medio Oriente. «Nessun supporto è stato dato a nessuna azione di guerra, da nessun assetto italiano», ha affermato, estendendo la precisazione alle forze dislocate in Kuwait, Iraq e negli altri Paesi in cui operano le Forze armate nazionali. La dichiarazione riguarda l'impiego effettivo di personale e mezzi, distinguendo le attività autorizzate dall'eventuale partecipazione ai combattimenti. Crosetto ha inoltre sottolineato che lo spostamento dei contingenti è stato determinato da valutazioni tecniche legate alla sicurezza e non da una nuova decisione politica di intervento militare.

Nell'area saudita si trovano circa 500 militari italiani, organizzati in due unità operative: una task force air, dedicata alla componente aerea, e una task force land, relativa alla componente terrestre. Il loro riposizionamento è avvenuto nell'ambito dell'operazione Inherent Resolve, già oggetto delle procedure parlamentari previste per le missioni internazionali. Secondo il responsabile della Difesa, l'area geografica interessata era indicata nella relazione analitica sulle missioni per il 2026, in particolare nella scheda numero 4. Il governo considera quindi il dispiegamento parte di un dispositivo precedentemente autorizzato, anziché un intervento autonomo disposto in seguito all'aggravamento del conflitto regionale.

L'attacco alla base di Ta'if e le misure di sicurezza

L'audizione parlamentare è stata organizzata dopo gli attacchi condotti il 18 settembre dagli Houthi contro l'installazione militare saudita che ospitava anche personale italiano. Durante l'azione è stato colpito un velivolo Eurofighter F-2000 dell'Aeronautica Militare, parcheggiato in un'area decentrata della base. Non si sono registrati feriti tra i soldati italiani né ulteriori danni alle infrastrutture utilizzate dal contingente nazionale. L'episodio aveva comunque portato il ministero a valutare nuovamente le condizioni di sicurezza degli uomini e dei mezzi schierati nella regione, con il coinvolgimento dei vertici militari competenti.

Nei giorni successivi all'attacco, il governo aveva esaminato diverse possibilità per ridurre l'esposizione del personale, compresa la movimentazione verso località considerate più sicure e un rafforzamento delle protezioni degli assetti aerei. Il 21 settembre, durante una riunione a Palazzo Chigi, era stata affrontata anche la questione della sicurezza dei traffici commerciali nello stretto di Bab el-Mandeb, passaggio marittimo strategico tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Le valutazioni riguardavano sia l'organizzazione dei dispositivi nazionali nel Golfo sia la protezione delle navi mercantili che attraversano le rotte interessate dalle ostilità.

Il rapporto con Riad e il contributo italiano alla difesa europea

Un altro passaggio dell'intervento ha riguardato i rapporti tra Roma e Riad. Il titolare della Difesa ha definito il Regno saudita un partner strategico per gli interessi nazionali e un interlocutore importante per gli equilibri del Medio Oriente. Ha spiegato che le autorità saudite hanno chiesto assistenza all'Italia per proteggere il proprio territorio dagli attacchi provenienti dall'esterno. Il ministro ha riferito di essersi confrontato con l'Alta rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri, Kaja Kallas, affinché tale richiesta di assistenza possa essere affrontata anche in sede europea, anziché esclusivamente attraverso rapporti bilaterali.

Nel corso dell'audizione Crosetto ha affrontato anche il tema della difesa comune europea, sostenendo che l'Italia fornisce da sola il 33% del contributo complessivo alle missioni dell'Unione, considerando personale, mezzi e assetti. Secondo i dati illustrati dal ministro, occorre sommare gli apporti del secondo, del terzo e del quarto Paese contributore per raggiungere quello italiano. Ha citato la Grecia con il 14%, la Spagna con il 10,8% e la Romania con il 9%, seguite dalla Francia con l'8,2% e dall'Austria con il 5,2%. Nel confronto figurano anche Paesi Bassi al 4,3%, Polonia al 3,1%, Portogallo al 2,6%, Belgio all'1,7% e Germania all'1,6%.

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