Marco Confortola e la polemica con Simone Moro: la guerra degli Ottomila
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Redazione Interno
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La conquista del Gasherbrum I, undicesima vetta più alta del mondo, avrebbe dovuto essere l’ultimo capitolo di un’epopea alpina. Invece, per Marco Confortola, il ritorno in Valtellina dopo l’impresa dello scorso 20 luglio si è trasformato in un campo minato di polemiche. A scatenarle è stato Simone Moro, alpinista bergamasco noto per le sue imprese invernali in Himalaya, che ha accusato il collega di aver mentito sulle sue salite a quota 8.000 metri.
La controversia, che ha diviso gli appassionati di alpinismo, ruota attorno a un tema spinoso: la veridicità delle ascensioni. Moro, senza mezzi termini, ha paragonato Confortola al compianto Ueli Steck, alpinista svizzero la cui carriera fu segnata da dubbi simili per la mancanza di prove fotografiche. «Mentre su Steck si sollevò un dibattito pubblico, su Confortola c’è un silenzio ingiustificato», ha affermato Moro, lasciando intendere che lo scalatore valtellinese avrebbe costruito una narrazione non sempre supportata dai fatti.
Confortola, da parte sua, respinge ogni accusa con veemenza. «Sono stato in cima al Lhotse, e chi dice il contrario vuole solo infangarmi», ha ribattuto, riferendosi a una delle vette contestate. Quanto alla foto sul Gasherbrum I, dove compare con il cappello d’alpino, lo scalatore la considera una prova incontestabile, anche se Moro sembra non bastarsi. La disputa si è ulteriormente complicata quando è emerso il nome di Thaneswar Guragai, portatore nepalese le cui dichiarazioni avrebbero gettato ombre sulle spedizioni di Confortola.
Il caso, che ha riacceso un dibattito antico sul valore delle testimonianze in montagna, rischia di oscurare i meriti di entrambi gli alpinisti. Moro, che vanta primati invernali mai eguagliati, e Confortola, reduce dall’ingresso nel ristretto club dei conquistatori dei 14 Ottomila, sono ora costretti a difendersi a colpi di dichiarazioni e smentite. Quello che manca, però, è una risposta univoca alle domande sollevate: cosa si può considerare una prova incontrovertibile in alta quota? E fino a che punto la parola di un alpinista è sufficiente?
Intanto, la vicenda ha travalicato i confini del mondo dell’arrampicata, attirando l’attenzione dei media. Se Moro insiste nel chiedere trasparenza, Confortola ribadisce di aver sempre agito in buona fede, rifiutando però di affrontare certi argomenti, come il controverso rapporto con Nuri Sherpa, la guida che lo accompagnò sul Kanchenjunga. Resta il fatto che, in assenza di un confronto diretto o di elementi definitivi, la polemica sembra destinata a durare.
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