Tenta di rapire un neonato a Sampierdarena: lo afferra per il collo, arrestato un 30enne egiziano
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Redazione Interno
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La serata di giovedì 7 maggio in via Campasso, nel cuore del quartiere genovese di Sampierdarena, si è trasformata in un incubo per una giovane madre di origine egiziana, la quale – mentre rientrava a casa con i suoi due figli – si è vista sfiorare l’inimmaginabile. È andata in scena, all’incirca alle 21:30, la folle tentativa di un uomo di sottrarle il piccolo di appena sei mesi, il quale – ignaro del pericolo – si trovava seduto comodamente nel suo passeggino. L’aggressore, identificato come un connazionale della vittima di circa trent’anni, non si è limitato a minacce verbali: lo straniero ha aggredito fisicamente il nucleo familiare, afferrando il neonato direttamente per il collo nel tentativo di strapparlo dalle cure materne.
Secondo la ricostruzione effettuata dagli agenti delle Volanti, la donna si è accorta di essere pedinata poco prima di raggiungere l’androne del palazzo, dove risiede. Cercando di mettersi in salvo, ha affrettato il passo, ma l’inseguitore – armato di una determinazione agghiacciante – è riuscito a precederla e a introdursi nello stabile. È a quel punto che la scena è degenerata: l’uomo ha afferrato il collo del lattante, scatenando la reazione immediata e coraggiosa della madre. Le urla disperate della donna hanno attirato l’attenzione non solo dei passanti, ma anche del figlio maggiore della vittima, un bambino ancora piccolo che – con un gesto di istinto protettivo – ha cercato di fermare l’aggressore.
La violenza sulla famiglia e la reazione della madre
L’assalitore, come spesso accade in questi episodi di cronaca nera che sconvolgono la routine cittadina, non ha esitato a usare la forza anche contro il fratellino della vittima designata, spintonandolo con violenza fino a farlo cadere a terra. Questa brutalità, però, non ha fatto altro che aumentare il volume delle grida d’allarme, costringendo l’egiziano a desistere dal suo intento e a darsi alla fuga a piedi, dileguandosi nelle vie del quartiere. Il tempestivo intervento di un conoscente della famiglia – il quale ha contattato sia il padre dei bambini che le forze dell’ordine – ha permesso di innescare subito le procedure di ricerca.
Sul posto sono accorsi gli agenti della polizia di Stato, i quali hanno raccolto la testimonianza della madre – ancora visibilmente sotto shock per quanto accaduto – e le descrizioni sommarie del fuggitivo. Grazie a questi dettagli, gli investigatori hanno organizzato una caccia all’uomo che si è conclusa positivamente dopo circa due ore, quando il trentenne è stato individuato, bloccato e portato in carcere, dove ora si trova a disposizione dell’autorità giudiziaria. Nonostante la brutalità dell’attacco, il neonato – che è stato immediatamente sottoposto a controlli medici al pronto soccorso dell’ospedale Gaslini – non avrebbe riportato lesioni gravi o permanenti, anche se la dimensione psicologica del trauma rimane una variabile aperta e delicata per l’intero nucleo familiare.
Le indagini e le condizioni dell’aggressore
Al momento, il movente che ha spinto l’uomo a compiere un gesto tanto violento e insensato resta al centro delle indagini. Gli inquirenti, mantenendo il massimo riserbo sugli sviluppi giudiziari per non interferire con il lavoro della magistratura, stanno verificando eventuali precedenti penali del fermo e analizzando i frame delle telecamere di sorveglianza della zona, che potrebbero aver immortalato le fasi dell’inseguimento e della successiva fuga. Le fonti ufficiali si limitano a confermare le generalità dell’arrestato – un cittadino egiziano di trent’anni – il quale è stato descritto dagli inquirenti come una persona con alcune fragilità, sebbene la perizia psichiatrica (se disposta) sarà l’unica a poter stabilire l’effettiva capacità di intendere e volere al momento dei fatti.
Il quartiere di Sampierdarena, già teatro in passato di episodi di microcriminalità e degrado urbano, si risveglia così con una ferita nuova: quella della paura che si insinua nei gesti quotidiani, come quello di passeggiare con i propri figli in una sera di maggio. L’eco di questo episodio, che per pochi secondi non è diventato una tragedia consumata, ha riacceso il dibattito sulla sicurezza nei quartieri periferici, ma al di là delle chiacchiere da bar, rimane il lavoro silenzioso della polizia, che ha chiuso il cerchio in poche ore evitando che lo straniero potesse colpire ancora o allontanarsi dalla giurisdizione.




