Il voto in Francia spinge le ali, il centro di Macron è evaporato
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Redazione Esteri
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Le urne del primo turno delle elezioni municipali, svoltesi domenica scorsa nei circa 35mila comuni francesi, hanno restituito l’immagine di un paese politicamente polarizzato come non mai, dove lo spazio centrale, quello che Emmanuel Macron aveva provato a incarnare con la sua promessa di superamento della vecchia dialettica tra destra e sinistra, risulta di fatto azzerato. A beneficiare di questa nuova configurazione, stando ai flussi e alle percentuali che arrivano dai principali centri urbani, sono le due estremità dello schieramento: da un lato il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, dall’altro le varie anime della sinistra, con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon in posizione di forza trainante. Una partecipazione al voto che si attesta intorno al 57%, in recupero rispetto al trauma astensionistico del 2020 segnato dalla pandemia, ma comunque inferiore agli standard storici di un appuntamento amministrativo che tradizionalmente mobilitava le comunità locali.
Se si guarda ai numeri, l’avanzata del partito lepenista appare inarrestabile e non limitata ai tradizionali feudi. La conferma di Louis Aliot a Perpignan, dove ha superato ampiamente la soglia del 50% dei consensi, era forse l’epilogo più scontato della serata. Ma è altrove, in territori considerati impervi per la destra radicale, che si misurano le vere dimensioni del fenomeno. A Marsiglia, il candidato Franck Allisio ha agganciato il sindaco socialista uscente Benoît Payan, con entrambi attestati intorno al 35%, preparando un ballottaggio tesissimo che si preannuncia come un referendum pro o contro il RN. A Nizza, l’alleato di Le Pen, Éric Ciotti, ha letteralmente surclassato Christian Estrosi, esponente di punta del campo macroniano, con un distacco di oltre dieci punti, mentre a Tolone la candidata Laure Lavalette ha chiuso il primo round in posizione di forza davanti alla sindaca uscente.
Parallelamente, sul versante opposto, la sinistra radicale di Mélenchon incassa risultati che ne certificano la vitalità organizzativa e la capacità di radicamento, nonostante l’isolamento politico in cui si trova. La conquista di Saint-Denis, la seconda città dell’Île-de-France per importanza, strappata ai socialisti con una vittoria già al primo turno, rappresenta un trofeo simbolico di valore inestimabile per gli insoumis. A Lille, la candidata Lahouaria Addouche è riuscita a imporre un testa a testa con il successore designato di Martine Aubry, mentre a Roubaix il deputato David Guiraud ha addirittura sfiorato la vittoria al primo turno. È a Lione, però, che il rebus politico si fa più intricato: qui il sindaco ecologista uscente Grégory Doucet, reduce da una campagna complessa segnata dalle polemiche per l’omicidio di un giovane di estrema destra, sembra orientato a raccogliere i voti della France Insoumise per contrastare la lista del centrodestra, nonostante le frizioni nazionali.
E mentre le ali corrono, il centro macina difficoltà. A Parigi, dove il socialista Emmanuel Grégoire ha nettamente staccato Rachida Dati portandosi oltre il 37% dei suffragi, l’Eliseo ha dovuto attivarsi in prima persona per tentare di ricomporre un fronte che arginasse la sinistra, spingendo per l’accordo tra la stessa Dati e il candidato centrista Pierre-Yves Bournazel, finito quarto ma determinante per il secondo turno. L’unico che può sorridere, in questo panorama di macerie per la maggioranza presidenziale, è l’ex primo ministro Édouard Philippe, rieletto al primo colpo a Le Havre con un risultato che rafforza le sue ambizioni personali in vista del 2027, ma che appare sempre più come un’eccezione solitaria in un deserto di consensi per il blocco governativo.




