L’Aston Martin nel vortice delle vibrazioni: la power unit Honda sotto accusa, il genio di Newey alla prova
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Redazione Sport
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Il programma di test in Bahrain, che doveva rappresentare il battesimo del fuoco per la nuova era tecnica dell’Aston Martin, si è trasformato in un incubo a ciel sereno. La scuderia di Silverstone, che ha riposto le proprie speranze di rilancio nelle mani di Adrian Newey e nella neonata partnership con la Honda, si è ritrovata a fare i conti con una realtà ben diversa dalle aspettative. Mentre le altre squadre completavano simulazioni di gara e programmi di sviluppo, il box dell’AMR26 è diventato il set fisso di un’inchiesta tecnica aperta, con i meccanici costretti a osservare le rivali girare instancabilmente. Non è tanto la velocità pura a mancare, o almeno non è ancora possibile valutarla, quanto piuttosto un problema a monte, una falla strutturale che ha impedito qualsiasi tipo di lavoro consistente. Il sospetto, rapidamente trasformatosi in certezza, è che il cuore del problema risieda nella power unit giapponese, la RA626H, la cui integrazione con il telaio ha innescato un effetto a catena difficile da gestire.
Un rebus tecnico che parte dalle viscere della power unit
Le difficoltà, come spesso accade in Formula 1, non sono emerse all’improvviso ma hanno radici precise, individuate dagli ingegneri Honda nelle giornate di prova in Bahrain. A tradire i piani del team anglo-giapponese sono state delle vibrazioni anomale, un fenomeno di proporzioni tali da danneggiare fisicamente il sistema di batterie. Ikuo Takeishi, responsabile del dipartimento corse di HRC, ha confermato come l’analisi dei dati abbia ricondotto il fermo macchina di Fernando Alonso a questo preciso guasto. Una condizione pericolosa, hanno spiegato, che ha reso indispensabile interrompere le prove per scongiurare conseguenze peggiori. La situazione è resa ancor più spinosa dalla natura stessa del difetto: non si tratta di un singolo componente fuori specifica, ma di una combinazione complessa tra i vari elementi della power unit e il telaio. Se il problema fosse localizzato, la soluzione sarebbe più immediata; ma quando sono molteplici i componenti a interagire e a generare lo spettro di frequenze dannoso, la risoluzione rischia di trasformarsi in una lunga agonia.
Il fantasma di una storia che si ripete e la cronaca di un test compromesso
Per chi ha memoria dei precedenti, l’ombra della collaborazione tra Honda e McLaren, conclusasi in modo traumatico, si allunga minacciosa sul presente. Le analogie con il 2017 sono evidenti: anche allora le vibrazioni estreme della power unit limitarono drasticamente i chilometri in pista, impedendo di comprendere il reale potenziale del telaio. E oggi, come allora, ci si trova di fronte a una rivoluzione regolamentare che richiede un azzeccato equilibrio tra termico ed elettrico. L’Aston Martin, dopo aver completato appena 2115 chilometri nell’intera sessione, una frazione di quanto percorso da Mercedes e Ferrari, si è presentata all’appuntamento di Melbourne con una carenza cronica di pezzi di ricambio. Una penuria che ha costretto la squadra a una programmazione al lumicino: completati appena sei giri nell’ultima giornata, giusto il tempo per effettuare delle verifiche e poi via, di nuovo nel silenzio del proprio garage. Lance Stroll, interrogato sulla mancanza di potenza, è stato lapidario nell’ammettere che il propulsore necessita di un deciso step in avanti, ma che le idee per migliorare la vettura non mancano. Nonostante ciò, il pilota canadese ha avuto la lucidità di non aspettarsi miracoli immediati in Australia, consapevole che la strada per il ritorno alla competitività sarà lastricata di sacrifici e pazienza.
La doppia sfida di Newey: guidare gli uomini e domare la tecnica
In questo clima da camera iperbarica, la figura di Adrian Newey emerge come l’ancora di salvezza per l’intero progetto. Il suo arrivo a Silverstone non ha portato solo un bagaglio tecnico ineguagliabile, ma anche una leadership riconosciuta da tutti. Come raccontato da Pedro de la Rosa, è nei momenti di difficoltà che un leader autentico fa la differenza, e Newey sta dimostrando di saper tenere salda la barra anche in piena tempesta. Durante i briefing tecnici successivi alle giornate più nere, il progettista britannico ha delineato con chiarezza la rotta da seguire, indirizzando le risorse verso un obiettivo comune senza lasciare spazio a interpretazioni personali. La sua interpretazione estrema del nuovo regolamento tecnico, una vettura che si discosta parecchio dalle soluzioni viste in pista, potrebbe rivelarsi un azzardo vincente o un boomerang. Al momento, con una power unit che non può essere spinta al limite per timore di nuove rotture, è impossibile anche solo avvicinarsi a una valutazione obiettiva del lavoro svolto dal reparto aerodinamico. L’unica certezza è che i tecnici giapponesi stanno lavorando senza sosta, testando al banco molteplici contromisure, mentre a Silverstone si stringono i denti e si attende. L’obiettivo dichiarato è di arrivare almeno al Gran Premio del Giappone, a Suzuka, con una power unit più docile e affidabile, ma fino ad allora sarà un cammino in salita, con la consapevolezza che l’asticella della prestazione pura è stata momentaneamente abbassata a favore della semplice sopravvivenza in pista.




