Cannabis light, il divieto del decreto Sicurezza finisce alla Corte Costituzionale
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Redazione Interno
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Sarà la Corte Costituzionale a dover giudicare la legittimità dell’articolo 18 del cosiddetto decreto Sicurezza, che di fatto ha vietato ogni attività legata alle infiorescenze di canapa industriale. La decisione di sollevare la questione di legittimità costituzionale arriva dal giudice per le indagini preliminari di Brindisi, investito di un procedimento giudiziario avviato lo scorso giugno. L'ordinanza del gip, quindi, blocca provvisoriamente il corso di quel processo e rimette agli Ermellini il compito di valutare se la norma, che vieta importazione, cessione, lavorazione, distribuzione, commercio, trasporto e vendita al pubblico del fiore, sia o meno conforme ai principi della Carta. Un passaggio, questo, che appare come l’esito quasi inevitabile dello scontro, ormai pluriennale, tra un settore economico che si riteneva legittimo e le forze dell’ordine chiamate ad applicare disposizioni spesso interpretate in modo difforme.
Il caso concreto che porta alla Consulta
A originare la vicenda giudiziaria è stato il sequestro, da parte delle autorità, di una partitura di cannabis light presso un'azienda operante nel settore. Nonostante la documentazione presentata a corredo, che ne attestava la provenienza da coltivazioni industriali regolari, e nonostante le perizie chimiche che rilevavano un tenore di tetraidrocannabinolo, il principio attivo psicotropo, ampiamente al di sotto della soglia legale e una forte presenza di cannabidiolo, la magistratura ha proseguito nell’azione penale. Il pubblico ministero, anzi, aveva già disposto l’ordinanza per la distruzione del materiale sequestrato, valutato in diverse tonnellate, ma l’intervento del gip ha ora aperto uno spiraglio di chiarimento costituzionale. La difesa dell’impresa coinvolta ha fatto leva proprio sulla presunta contraddizione tra la legge 242 del 2016, che disciplinava e promuoveva la filiera della canapa industriale, e il successivo intervento correttivo inserito nel decreto Sicurezza, che di colpo ha trasformato in reato attività prima considerate lecite.
Le reazioni politiche immediate
La notizia dell’ordinanza è stata accolta con soddisfazione da alcuni parlamentari, come quelli del Movimento 5 Stelle Alfonso Colucci ed Emma Pavanelli, i quali in una nota hanno definito “logico e inevitabile” l’approdo della questione di fronte alla Corte. Gli stessi deputati hanno ricordato come, durante l’esame parlamentare del provvedimento, avessero più volte messo in guardia contro quello che hanno definito un “assurdo provvedimento voluto dal governo Meloni”. Le loro dichiarazioni sottolineano il carattere politicamente controverso di una norma che, secondo i critici, ha gettato nel caos un intero settore produttivo, mettendo a rischio investimenti e posti di lavoro senza una ragione scientifica fondata sulla pericolosità delle sostanze.
Le conseguenze per il settore della canapa
L’articolo 18 in esame, approvato lo scorso 4 aprile, ha di fatto raso al suolo un segmento importante della filiera della canapa, quello legato appunto al fiore. Prima della sua introduzione, il mercato della cosiddetta cannabis light, apprezzata per l’alto contenuto di CBD e per i suoi presunti effetti rilassanti e non psicoattivi, era cresciuto in modo esponenziale, alimentando negozi specializzati e attività di e-commerce. La nuova legge, tuttavia, ha interrotto bruscamente questo sviluppo, equiparando di fatto le infiorescenze, a prescindere dal loro contenuto di THC, ad altre sostanze stupefacenti. Molti operatori, che ritenevano di agire nella piena legalità in base alla normativa precedente, si sono così trovati esposti a indagini, sequestri e pesanti procedimenti giudiziari, in un clima di grande incertezza interpretativa che ora la Corte Costituzionale è chiamata a dirimere.




