Migranti, l'Italia resta sola: cinque Paesi europei rimandano indietro i "dublinanti"
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Redazione Interno
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Prima la Germania, poi la Svizzera e l'Austria, e ora, a ruota, si sono aggiunte anche Finlandia e Svezia. Il conto dei Paesi che hanno ufficialmente comunicato la ripresa dei trasferimenti di richiedenti asilo verso l'Italia, in applicazione del regolamento di Dublino, è arrivato a cinque. Un'impennata di annunci che sta delineando un isolamento crescente per il governo italiano, chiamato a fare i conti con le conseguenze del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l'asilo, entrato in vigore da pochi mesi ma già al centro di tensioni e interpretazioni divergenti tra gli Stati membri.
La corsa all' "autogol" europeo
La partita si è aperta con la decisione della Germania, che per prima ha fatto sapere di voler riprendere i rimpatri di migranti verso l'Italia, considerando il Belpaese come il primo Stato di ingresso nel continente per molti di loro. Una scelta che ha rotto un tacito accordo che, negli anni precedenti, aveva di fatto sospeso molti di questi trasferimenti. A Berlino si è immediatamente accodata Berna, con la Svizzera che, sebbene non membro dell'Unione Europea, è strettamente legata all'area Schengen e alle relative dinamiche di controllo frontaliero.
L'ultimo annuncio, prima dell'ingresso in scena dei Paesi nordici, è arrivato da Vienna, con l'Austria che ha confermato la sua volontà di applicare il meccanismo di Dublino senza più indugi. Ora, con l'ingresso di Finlandia e Svezia, si delinea un fronte compatto che mette in discussione la strategia fin qui perseguita dall'esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
La posizione della Finlandia e della Svezia
Le autorità di Stoccolma hanno fatto sapere che intendono applicare il regolamento di Dublino "dove possibile", un'espressione che lascia intendere una volontà di procedere speditamente con i respingimenti verso l'Italia per tutti quei casi in cui i richiedenti asilo risultino aver varcato per primi i confini del nostro Paese. Sul fronte finlandese, Helsinki considera invece l'entrata in vigore del nuovo sistema europeo come la base giuridica per riprendere procedure che, di fatto, erano state congelate.
In entrambi i casi, le amministrazioni locali hanno già avviato le fasi preparatorie per rendere operativi i trasferimenti, segnando un'accelerazione significativa rispetto alle precedenti posizioni di attesa. Questa convergenza di intenti, che parte dal cuore dell'Europa fino a raggiungere le sue propaggini settentrionali, rappresenta un duro colpo per la narrativa del governo italiano, che aveva sempre rivendicato la necessità di una maggiore solidarietà da parte degli altri Stati membri nella gestione dei flussi migratori.
Il contesto delle nuove regole europee
Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l'asilo, che prevede meccanismi di solidarietà obbligatoria ma anche procedure di frontiera più rapide, è al centro di questa improvvisa ondata di rimpatri. Secondo le regole di Dublino, che il patto riforma senza stravolgerne i principi fondamentali, lo Stato membro responsabile dell'esame di una domanda di asilo è solitamente quello attraverso il quale il richiedente è entrato per la prima volta nell'Unione.
È su questo principio che si basano ora le richieste dei cinque Paesi, i quali sostengono che molti dei migranti attualmente presenti nei loro centri di accoglienza siano transitati dall'Italia prima di proseguire il viaggio verso il Nord Europa. La decisione di applicare nuovamente questo meccanismo, dopo anni di sospensioni informali dovute alla pressione sui sistemi di accoglienza italiani, testimonia una mutata percezione della situazione da parte dei governi del Centro-Nord Europa, che sembrano ora meno inclini a chiudere un occhio di fronte ai movimenti secondari dei richiedenti asilo.
Nel frattempo, la Spagna sta gestendo una situazione emergenziale a Ceuta, organizzando l'accoglienza temporanea di migliaia di persone, mentre Bruxelles preme per il rimpatrio in Marocco di chi è entrato illegalmente nell'enclave spagnola. Una dinamica che, pur in un contesto geografico diverso, evidenzia la crescente pressione sui confini esterni dell'Europa e la difficoltà di trovare una linea comune.
Per l'Italia, l'effetto combinato di queste decisioni si traduce in un doppio fronte: da un lato, il rischio concreto di vedere aumentare il numero di migranti respinti sul proprio territorio, dall'altro la percezione di un isolamento politico che rischia di minare la credibilità delle rivendicazioni italiane in sede europea.
Il governo, che aveva puntato molto sulla collaborazione con i Paesi di origine e transito dei flussi migratori, si trova ora a fronteggiare una reazione a catena che dimostra come la solidarietà europea sia ancora un obiettivo lontano, soprattutto quando si tratta di redistribuire il peso degli arrivi. La partita, per Roma, è tutta da giocare, ma il campo sembra essersi improvvisamente ristretto.
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