Il mistero del black out e la solidarietà dei colleghi: cosa sappiamo sul deragliamento del tram 9 a Milano
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Redazione Interno
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Il deragliamento del tram 9, avvenuto nel pomeriggio di venerdì 27 febbraio all’incrocio tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto, ha lasciato una scia di dolore e interrogativi che la Procura di Milano sta cercando di dissipare, e uno degli elementi più controversi emersi nelle ultime ore riguarda il black out della telecamera frontale montata sul mezzo di ultima generazione, un Tramlink, che si sarebbe spenta pochi istanti prima che il convoglio saltasse la fermata, salvo poi riattivarsi miracolosamente solo dopo l’impatto devastante contro la facciata del palazzo e le vetrine del ristorante Robata Kan, come se ci fosse stato un improvviso calo di tensione o un’anomalia ancora tutta da verificare. Questo alone di mistero, che avvolge i secondi cruciali precedenti la tragedia, si aggiunge alla complessità di un’inchiesta che vede il conducente, un uomo di sessant’anni con alle spalle trentaquattro anni di servizio e prossimo alla pensione, indagato non solo per omicidio colposo e lesioni colpose plurime ma anche per l’ipotesi, ben più grave, di disastro ferroviario, un reato che presuppone la consapevolezza di aver creato un pericolo per l’incolumità pubblica.
Mentre gli inquirenti, coordinati dalla pm Elisa Calanducci e dal procuratore Marcello Viola, mettono sotto sequestro documenti e registrazioni nella sede di Atm a viale Monte Rosa, cercando di ottenere dalla cosiddetta scatola nera del mezzo e dai tabulati telefonici del tranviere una risposta definitiva su quanto accaduto, la città prova a reagire allo shock con gesti concreti di altruismo, e una catena di solidarietà si è attivata per sostenere i titolari del ristorante giapponese distrutto nello schianto, con i colleghi di Akira Bar, situato in zona Isola, che hanno deciso di ospitare la brigata di cucina per tre serate, il 6, il 7 e l'8 marzo, cucinando insieme le materie prime rimaste e devolvendo l'intero incasso per consentire la ripartenza dell'attività commerciale, colpita in modo tanto violento quanto accidentale.
Un errore di identità e il dolore per le vittime
Nel frattempo, la procura ha dovuto fare i conti anche con un iniziale, drammatico scambio di persona che aveva portato a identificare erroneamente una delle due vittime, complicando il già difficile compito di restituire un nome e una storia a chi ha perso la vita sotto le ruote del convoglio: se Ferdinando Favia, imprenditore cinquantanovenne di Vigevano, era stato riconosciuto quasi subito, il secondo passeggero morto, sbalzato dal finestrino e poi investito dal tram, era stato inizialmente scambiato per Abdou Karim Tourè, un cinquantaseienne senegalese che in realtà si trova ancora ricoverato in gravi condizioni, mentre la salma appartiene a un altro cittadino africano, Okon Johnson Lucky, nigeriano, che avrebbe compiuto cinquant’anni il prossimo agosto. La concitazione dei soccorsi, con decine di feriti – una cinquantina, alcuni dei quali ancora in codice rosso nei nosocomi milanesi – e la violenza inaudita dell’urto, avevano creato una situazione di caos tale da rendere complessa persino la conta dei sopravvissuti, e solo nei giorni successivi, grazie al lavoro certosino della polizia locale, si è riusciti a ricostruire con esattezza chi fosse a bordo di quel tram 9 diretto a Porta Genova e chi, invece, non ne sia più sceso.
Le omissioni contestate al conducente e il nodo della velocità
L'ipotesi accusatoria nei confronti del tranviere, un professionista che vantava anni di esperienza sulle rotaie milanesi, si fa intanto sempre più dettagliata, e nell'incolpazione formale gli inquirenti gli contestano di aver omesso di regolare adeguatamente la velocità del mezzo, di non essersi accorto che lo scambio ferroviario era posizionato in direzione sinistra, verso via Lazzaretto, e di non avere di conseguenza attivato la direzione corretta che avrebbe consentito al convoglio di proseguire dritto lungo viale Vittorio Veneto, finendo così per affrontare la curva a velocità eccessiva, un comportamento che avrebbe provocato il deragliamento e la successione di eventi che tutti conosciamo. Il conducente, dimesso dall'ospedale dopo essere stato medicato per un trauma a un piede, si è difeso parlando di un malore improvviso, di un "buio" causato probabilmente dal dolore crescente per una botta rimediata mezz'ora prima contro la carrozzina di un passeggero, un blackout fisico che spiegherebbe perché non abbia azionato il sistema di sicurezza chiamato "uomo morto", quel pulsante che va premuto ogni pochi secondi per dimostrare la propria vigilanza e la cui mancata attivazione, in condizioni normali, dovrebbe far scattare una frenata d'emergenza che però, in questo caso, non ci sarebbe stata o sarebbe sopraggiunta troppo tardi.
L'acquisizione dei dati e i prossimi accertamenti tecnici
La procura, che non intende lasciare nulla di intentato, ha disposto una serie di accertamenti tecnici irripetibili, a partire dall'analisi della scatola nera del Tramlink, un dispositivo che registra ogni input di marcia, ogni frenata, ogni variazione di velocità, e che verrà aperto nei prossimi giorni alla presenza dei consulenti nominati dalle parti, così da fugare ogni dubbio sulla dinamica e sull'eventuale concorso di colpa di altri soggetti, come ipotizzato dalla contestazione del "concorso anomalo" che potrebbe allargare il registro degli indagati ad alcuni responsabili della sicurezza di Atm, qualora emergessero negligenze nella manutenzione del mezzo o dei binari. Nelle prossime ore, gli investigatori passeranno al setaccio anche le comunicazioni radio tra la centrale operativa e la cabina di guida, alla ricerca di una chiamata che il sessantenne avrebbe dovuto fare se davvero avesse avvertito un malore, ma che al momento, dalle prime verifiche, non risulterebbe essere stata inoltrata prima del disastro, un dettaglio che, unito all'anomalo spegnimento della telecamera frontale e all'esame del traffico telefonico del suo cellulare – sequestrato per verificare se fosse distratto –, potrebbe rivelarsi decisivo per stabilire se si trattò di un malore fatale o di un'imperdonabile disattenzione.




