È morto Beppe Sebaste, il poeta che trasformò il racconto dell’autista di Lady Diana in un genere letterario
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si è spento nella tarda mattinata di oggi, in Umbria, Beppe Sebaste: aveva 66 anni ed era un uomo, come spesso accade per le figure che sfuggono a catalogazioni nette, che è stato giornalista, poeta, scrittore e filosofo, quasi con la stessa naturalezza con cui altri respirano. A darne notizia, attraverso una breve e asciutta comunicazione, è stata direttamente la famiglia, senza che fossero resi noti ulteriori dettagli sul luogo esatto del decesso, se non che è avvenuto dopo una lunga malattia che lo accompagnava ormai da tempo. Nato a Parma il 3 giugno del 1959, Sebaste aveva costruito la sua identità intellettuale spostandosi più volte: prima a Bologna, dove si laureò sotto la guida di Luciano Anceschi – che fu anche il relatore della sua tesi – e dove ebbe modo di seguire gli insegnamenti di Umberto Eco, un’esperienza formativa che ne segnò profondamente l’approccio alla scrittura e al pensiero.
Un ponte culturale tra Italia e Francia, fatto di saggi e sperimentazione narrativa
La sua produzione, che molti critici hanno definito inclassificabile proprio per la capacità di mescolare registri diversi, è stata caratterizzata da un intenso impegno culturale che guardava con pari attenzione al panorama italiano e a quello francese. Sebaste non si limitò mai a essere un semplice osservatore; piuttosto, ne divenne un attivo protagonista, collaborando con diverse testate e riviste d’Oltralpe senza mai recidere il legame con le sue radici emiliane. Tra i suoi lavori più celebri – quelli che gli hanno garantito una singolare longevità nell’immaginario collettivo – vi è senz’altro il resoconto delle confidenze ricevute dall’autista di Lady Diana, un uomo di nome Trevor Rees-Jones, che Sebaste seppe ascoltare e trasformare in una narrazione avvincente, quasi inventando un nuovo genere letterario a metà tra l’inchiesta e la confessione.
L’addio in Umbria, dove si era ritirato dopo anni trascorsi a Bologna e in Europa
Dopo aver vissuto per diversi anni a Bologna – città che considerava in un certo senso la sua seconda patria intellettuale – e dopo aver girato a lungo l’Europa per motivi professionali e personali, Sebaste aveva scelto di stabilirsi da qualche tempo in Umbria, precisamente in provincia di Terni. Fu lì, in quella quiete apparentemente lontana dai grandi circuiti editoriali, che la malattia ne ha interrotto il percorso. La sua scomparsa, comunicata senza particolare clamore dalla famiglia, restituisce però il profilo di un autore che ha saputo raccontare il contemporaneo con uno sguardo insolito, quello del poeta che si fa reporter e del filosofo che non disdegna la cronaca, anche la più cruda.
Dagli studi con Eco e Anceschi alla scrittura come esplorazione dell’umano
Non si può comprendere appieno l’opera di Sebaste senza ricordare quegli anni bolognesi, durante i quali frequentò le lezioni di Umberto Eco – allora già un intellettuale di fama mondiale – e lavorò a stretto contatto con Luciano Anceschi, figura centrale per l’estetica e la critica letteraria italiana del secondo Novecento. Fu in quel crogiolo di idee che Sebaste affinò la propria voce, quella che avrebbe poi utilizzato per raccontare storie di ordinaria e straordinaria umanità. La cronaca della morte dell’autista di Lady Diana, ad esempio, non fu mai un semplice pezzo di attualità: divenne un piccolo classico del giornalismo narrativo, un esempio di come si possa rispettare il dolore altrui (senza mai scadere nel dettaglio esplicito) e al contempo scavare nelle contraddizioni di un’epoca.




