La Golf GTI che poteva essere e non è stata: il ritorno della Roadster V6 per i cinquant‘anni del mito

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è un filo sottile che lega la storia della Volkswagen Golf GTI a quelle concept car che, presentate sotto i riflettori di un salone o nel caos controllato del Wörthersee, non hanno mai visto la luce di un catalogo ufficiale. Eppure, proprio in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita del modello, la casa di Wolfsburg ha deciso di rispolverare alcune di quelle creature estreme, quelle che della “formula GTI” originale — quella della prima, spartana, 1100 cilindri — hanno conservato ben poco. Tra queste, la più estrema, quella che forse più di ogni altra rappresenta un esercizio di stile portato alle estreme conseguenze, è la Golf GTI Roadster Vision Gran Turismo, una due posti senza tetto nata nel 2014 per i pixel del celebre videogioco Sony e poi trasformata, contro ogni pronostico, in un esemplare unico e marciante. Rivederla oggi, nel 2026, in una nuova livrea verde racing, fa un certo effetto, perché la sua esistenza, a metà strada tra la simulazione e la realtà, racconta di un’epoca in cui la sperimentazione sembrava non avere limiti.

Dal mondo digitale alla carrozzeria in carbonio

L’origine di questa vettura è quantomeno singolare, e merita di essere raccontata. Non fu concepita primariamente per stupire i visitatori di un salone, ma per arricchire il parco virtuale di Gran Turismo 6, il simulatore di guida di Polyphony Digital. Volkswagen, come altri costruttori, aderì al progetto Vision Gran Turismo, che chiedeva ai marchi di disegnare e “costruire” digitalmente delle vetture da sogno, scaricabili poi dai giocatori. Ecco allora che nel 2014, la GTI Roadster fece la sua prima apparizione in forma di modello poligonale. Il successo e l’interesse, però, furono tali che i tecnici decisero di farle varcare il confine dello schermo: in poche settimane, quell’auto prese letteralmente forma, diventando un concentrato di ferro, carbonio e potenza, presentato in anteprima mondiale al GTI Festival del Wörthersee, proprio là dove il mito della GTI viene celebrato ogni anno dai suoi fedelissimi.

Un cuore da 503 cavalli per una due posti senza compromessi

La tecnica, del resto, lasciava poco spazio all’immaginazione e molte perplessità circa una sua eventuale produzione in serie. Sotto quel cofano basso e scolpito, infatti, non trovava posto il classico quattro cilindri, ma un poderoso 3.0 litri VR6 biturbo, un propulsore in grado di sprigionare una potenza di 503 cavalli e una coppia mostruosa di 664 Newtonmetri. Dati che, tradotti in prestazioni, significavano uno scatto da 0 a 100 orari in circa 3.6 secondi e una velocità massima superiore ai 300 all’ora. La trazione, per gestire un tale arsenale, era integrale, affidata a un cambio a doppia frizione DSG a sette rapporti. E poi c’era lei, la carrozzeria: un vestito su misura lungo poco più di quattro metri, con una larghezza che esplodeva visivamente, cerchi da 20 pollici, e aperture porta che molti hanno paragonato a quelle di una supercar. Dentro, l’abitacolo era una dichiarazione d’intenti: due soli sedili avvolgenti, un volante che ricordava quelli di Formula 1, e l’assenza totale di qualsiasi comfort che non fosse la pura guida.

Un recupero nostalgico in un‘epoca di transizione

La decisione di riportare sotto i riflettori, a distanza di dodici anni, questa GTI Roadster, insieme ad altre follie come la W12-650 con motore centrale del 2007 (recentemente riverniciata in rosso tornado), assume un significato che va oltre la semplice celebrazione. In un momento storico in cui l’automobile sportiva, e la stessa Golf GTI, sono chiamate a confrontarsi con l’elettrificazione e con normative sempre più stringenti, questi concept rappresentano la memoria storica di un’audacia progettuale che sembra ormai lontana. E mentre il marchio tedesco, per le celebrazioni ufficiali, ha esposto le otto generazioni della Golf GTI al salone Rétromobile di Parigi, il rilancio di queste immagini e di questi modelli estremi funge da monito, da promemoria di cosa sia stata, e forse di cosa avrebbe potuto continuare a essere, la declinazione più iconica della compatta di Wolfsburg.

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