La GTI Roadster Vision Gran Turismo, ovvero l’ultima volta che Volkswagen ha osato davvero
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Scienza e Tecnologia
-
C’è qualcosa di profondamente malinconico, a febbraio del 2026, nel vedere Volkswagen ripescare dagli archivi le immagini di quella azzardata GTI Roadster Vision Gran Turismo. Parliamo di un oggetto nato ormai dodici anni fa per i pixel di Gran Turismo 6 sulla PlayStation 3 e poi, fatto piuttosto raro per un esercizio virtuale, diventato un pezzo di ferro e carbonio capace di far tremare l’asfalto del Wörthersee. La casa tedesca, in queste ore, ha diffuso un nuovo set di fotografie ufficiali della vettura, vestita per l’occasione in un aggressivo verde racing, e la domanda sorge spontanea: perché riproporla proprio ora? La risposta, verosimilmente, sta nei cinquant’anni che la sigla GTI ha compiuto lo scorso anno, un anniversario che si continua a celebrare riesumando i pezzi da novanta di una storia che, almeno a guardare questa roadster, sembra scritta con un inchiostro più coraggioso di quello odierno -1.
Dal mondo digitale alla ribalta del Wörthersee
La genesi di questa due posti senza tetto è quanto di più singolare si possa immaginare per un’auto uscita dalla fabbrica di Wolfsburg. Nel 2014, in occasione del leggendario raduno GTI sulle rive del lago austriaco, Volkswagen decise di cancellare i confini tra mondo reale e universo digitale presentando in anteprima mondiale una show car nata inizialmente come puro esercizio virtuale per la console di casa Sony. La concept car, frutto di un concorso di design interno vinto dai giovani Malte Hammerbeck e Domen Rucigaj per l’esterno e da Guillermo Mignot per l’abitacolo, venne realizzata in soli tre giorni dalla presentazione del modello digitale, a dimostrazione di una reattività e di una voglia di stupire che oggi appare quasi come un miraggio -2. Quella show car, dopo il debutto europeo, varcò l’oceano per farsi ammirare anche al Salone di Los Angeles, restando però un esemplare unico, un sogno ad alte prestazioni destinato a non vedere mai una linea di montaggio.
Il cuore VR6 e la meccanica da supercar
A rendere la GTI Roadster Vision Gran Turismo un autentico unicum nel panorama delle sportive, anche a distanza di dodici anni, è la sua scheda tecnica. Sotto il cofano, i progettisti non alloggiarono il classico quattro cilindri, ma un poderoso motore V6 3.0 litri biturbo, lo stesso che equipaggiava la Touareg dell’epica, capace di erogare una potenza di 503 cavalli e una coppia di 560 Nm -2. Questo propulsore, abbinato al cambio a doppia frizione DSG a sette rapporti e alla trazione integrale 4MOTION, spingeva i 1420 chilogrammi della roadster (grazie all’uso esteso di carbonio per il monoscocca) da 0 a 100 km/h in appena 3,6 secondi, toccando una velocità massima di 309 km/h -3. Numeri che collocavano questa GTI in un territorio ben diverso da quello della sua progenitrice, trasformandola in una berlinetta pura, con un’altezza da terra di soli 1090 millimetri e un passo accorciato per esaltare l’agilità.
Un design estremo tra carbonio e portiere ad ali
L’estetica della vettura, che colpisce ancora oggi per la sua modernità, tradiva senza mezzi termini la sua natura estrema. Le portiere ad apertura anteriore, che si sollevano verso l’alto, le imponenti prese d’aria, l’ala posteriore in carbonio e i cerchi da 20 pollici con fissaggio centrale la proiettavano in una dimensione estetica da supercar più che da compatta a trazione anteriore. L’abitacolo, spartano e votato alla pista, presentava due soli sedioli racing con cinture a sei punti, un volante in Alcantara e la colonna dello sterzo a vista, il tutto incastonato in una struttura in fibra di carbonio che ne enfatizzava la vocazione per la pista. Era, in sostanza, una GTI portata all’estremo, privata di ogni residuo di praticità per abbracciare una filosofia costruttiva e prestazionale che oggi, in un’epoca di transizione elettrica e di attenzione parossistica ai costi, appare sempre più difficile da immaginare.




