Ostia, il figlio di Striano tra le vittime dei sequestri e delle torture per un borsone da un milione di euro
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Redazione Interno
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Non è solo la ferocia a fare impressione, leggendo gli atti di quest’ultima inchiesta che ha scoperchiato il pozzo di violenza su cui galleggiava il litorale romano, quanto la catena logica che lega ogni singolo schiaffo, ogni fascetta stringata intorno ai polsi, a un oggetto tanto voluminoso quanto sfuggente: un borsone. Era lì, quel contenitore, forse pieno di soldi e orologi di lusso per un valore che sfiora il milione di euro; e poi, da un momento all’altro, non c’era più. Una sparizione, verosimilmente avvenuta tra le mani sbagliate, che ha innescato una spirale di terrore tale da costringere alcune delle vittime a lasciare Roma nel cuore della notte per rifugiarsi in altre regioni. La Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che coordina le indagini, ha descritto un meccanismo criminale tanto primitivo nella sua esecuzione quanto lucido nei suoi fini, dove quattro sequestri di persona – più un tentativo – e una serie di attentati dinamitardi avevano un unico, ossessivo obiettivo: mettere le mani su quella borsa smarrita.
Tra le persone trascinate in questo vortice di violenza, i carabinieri del nucleo investigativo di Ostia hanno dovuto registrare un nome che inevitabilmente fa tremare le vene dei polsi degli ambienti giudiziari romani. Si tratta di Lorenzo Striano, il figlio trentaduenne di Pasquale Striano, quell’ex finanziere che, come è noto, si trova al centro di una tempesta giudiziaria per gli accessi abusivi alle banche dati della Difesa e dell’Antimafia. Il ragazzo, che non risulta indagato in questa vicenda, ha subìto sulla propria pelle la furia di chi voleva recuperare il maltolto. Secondo quanto ricostruito nei fascicoli, la sua esperienza di prigionia ha assunto i contorni di un vero e proprio rituale di annientamento fisico: legato mani e piedi con fascette di plastica, è stato ripetutamente colpito con schiaffi e pugni, ma i particolari emersi descrivono un livello di sevizia ancora più specifico, che include l’utilizzo di un guantone da boxe e perfino di una cinta da elettricista trasformata in frusta. C’è un ulteriore dettaglio che restituisce l’idea della disperazione provata: un asciugamano bagnato avvolto sul volto, una tecnica che, sebbene non venga definita dai verbali, ricorda le pratiche di soffocamento controllato per estorcere confessioni.
L’origine della caccia all’uomo
Per comprendere l’accanimento terapeutico con cui agivano i sei destinatari delle misure cautelari – tre finiti in carcere, una donna agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e due con obbligo di firma – bisogna riavvolgere il nastro dei fatti fino all’estate del 2025. La scintilla che ha incendiato il litorale, secondo la tesi investigativa, è stata la custodia perduta di quel benedetto borsone. Originariamente era stato affidato proprio a una o più delle vittime; quando è evaporato nel nulla, portandosi dietro un tesoro in contanti e orologi – che gli inquirenti ritengono provenga verosimilmente da attività illecite preesistenti – gli aguzzini non hanno avuto dubbi su chi dovesse pagare. Così, tra luglio e novembre dello scorso anno, la strada è diventata una gabbia. Le vittime venivano afferrate con la forza sotto casa, caricate su auto e condotte in luoghi di isolamento: appartamenti fatiscenti, ruderi, cantine.
Un modus operandi che ricalca i peggiori scenari di tortura medievale, aggiornati con gli strumenti della malavita contemporanea. Negli atti si legge che gli ostaggi venivano sottoposti a pressioni psicofisiche inaudite, minacciati con armi da fuoco e pestati con oggetti disparati che vanno dalle mazze da baseball alle cesoie, fino all’uso di materiale ustionante. Ma non bastava. Per fiaccare la resistenza dei parenti o dei complici silenti, il gruppo criminale ha allargato il raggio d’azione a tutta la borgata, piazzando ordigni rudimentali, le cosiddette bombe carta, sui parabrezza delle auto delle famiglie coinvolte o direttamente davanti ai loro portoni. L’apice di questa escalation è stato raggiunto nella notte del 30 novembre 2025, quando una Fiat Panda è stata data alle fiamme e distrutta completamente in un rogo doloso.
Il silenzio e le indagini tecniche
Quello che ha sorpreso gli investigatori, nel corso di questi mesi di indagine coordinata dalla Dda, è stato il muro di omertà che ha avvolto il litorale. Un isolamento totale che ha spinto alcune delle vittime a una sorta di esilio volontario, abbandonando le proprie case per tagliare ogni possibile contatto con i carnefici. Tuttavia, il lavoro dei carabinieri è riuscito a scardinare questo silenzio grazie a un’analisi meticolosa della componente digitale del crimine. Non ci si è affidati solo alle parole, spesso bloccate dalla paura, ma allo studio incrociato dei tabulati telefonici e telematici.
Si è proceduto all’estrazione forense degli smartphone in uso alle vittime, un’operazione che ha permesso di recuperare messaggi, contatti e geolocalizzazioni cancellati, rivelando i movimenti dei sequestratori. Fondamentale si è rivelata anche l’acquisizione dei filmati delle videocamere di sorveglianza private e pubbliche, che hanno immortalato i momenti dei prelievi in strada o gli spostamenti dei veicoli sospetti. È stato quel mosaico di frame e dati incrociati a ricostruire la trama, senza bisogno di complici pentiti, inchiodando i sei indagati – tre uomini e tre donne – alle rispettive responsabilità, che vanno dal ruolo di esecutori materiali delle torture a quello di fiancheggiatori nei tentativi di estorsione.
Un quadro giudiziario ancora in evoluzione
Al momento, il provvedimento del gip di Roma ha tracciato una linea netta tra i ruoli all’interno del sodalizio. I tre uomini finiti in cella sono indicati come i "bracci armati", quelli che non esitavano a usare i pugni o la cinta da elettricista per farsi consegnare informazioni sul borsone scomparso. Per una donna, invece, è stato disposto il carcere domiciliare con braccialetto elettronico, mentre per altre due persone coinvolte negli episodi di tentata estorsione è scattato l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. La Procura, attraverso la Dda, continua a vagliare i risvolti finanziari della vicenda, cercando di risalire alla natura precisa di quei fondi spariti. Un aspetto, quest’ultimo, che potrebbe allargare ulteriormente il perimetro delle indagini, sebbene per ora l’attenzione resti focalizzata sui fatti di sangue consumati tra le vie di Ostia e i suoi ruderi abbandonati.




