Ostia, sequestri e torture per ritrovare il borsone da un milione di euro: sei misure cautelari
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Redazione Interno
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L’alba del 12 maggio ha portato con sé, sul litorale romano, il rumore secco delle sirene e lo schiudersi delle portiere dei mezzi blindati: i carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Ostia hanno eseguito un’ordinanza firmata dal gip di Roma, su coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia, che ha portato a sei misure cautelari. Tre uomini e tre donne, questi i destinatari del provvedimento, accusati – a vario titolo – di aver partecipato a una spirale di violenza inaudita, fatta di sequestri di persona a scopo di estorsione, torture sistematiche e attentati con ordigni rudimentali.
La caccia all’uomo e il borsone scomparso
All’origine di quella che gli inquirenti descrivono come una vera e propria campagna di terrore, durata mesi, c’è la sparizione di un borsone. Al suo interno, secondo quanto rivendicato dal gruppo criminale poi finito sotto inchiesta, si trovava un bottino da un milione di euro. Per recuperarlo – e nessuno, dalle carte dell’indagine, ha mai chiarito se il denaro fosse frutto di un colpo precedente, di un riciclaggio o di un affare andato male – gli indagati hanno messo in piedi un metodo collaudato e spietato. Prendevano le vittime per strada, le caricavano con la forza su un’auto, le conducevano in appartamenti fatiscenti o ruderi isolati. In quei luoghi, lontano da occhi indiscreti, iniziava la fase più brutale: legato, minacciato con una pistola, colpito con martelli, mazze da baseball e cesoie; qualcuno, stando alle ricostruzioni dei carabinieri, ha subito anche l’uso di materiale ustionante.
Le torture, le bombe carta e il ruolo della Dda
L’obiettivo, in ogni sequestro, era sempre lo stesso: estorcere informazioni sul borsone scomparso. E quando le vittime non parlavano – o non sapevano nulla – la violenza si trasferiva all’esterno. Gli investigatori hanno documentato diversi episodi in cui gli stessi indagati hanno piazzato ordigni rudimentali, vere e proprie bombe carta, sotto le auto di chi veniva ritenuto responsabile della sparizione del denaro, o davanti alle abitazioni dei parenti. Un modo, quello degli attentati, per aumentare la pressione psicologica e trasformare l’intera comunità locale – si fa per dire, perché di comunità vera e propria non è rimasto molto – in un teatro di paura diffusa. L’indagine, coordinata dalla Dda di Roma, ha permesso di ricostruire il quadro indiziario senza lasciare spazio a zone d’ombra: i sequestri non erano episodi isolati, ma parte di una strategia estorsiva continuativa che di fatto paralizzava il litorale.
Le misure cautelari e il profilo degli arrestati
Tra i sei destinatari dell’ordinanza, tutti residenti tra Ostia e le zone limitrofe, figurano soggetti già noti alle forze dell’ordine, anche se il provvedimento del gip non ne specifica le pregresse vicende giudiziarie. Tre uomini e tre donne: un dato, questo, che restituisce l’idea di un’organizzazione ramificata, dove i ruoli erano distinti ma complementari. C’era chi si occupava del pedinamento e dell’agguato stradale, chi teneva d’occhio le vittime durante le torture, e chi, infine, confezionava gli ordigni o li piazzava di notte. L’operazione dei carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Ostia, eseguita all’alba del 12 maggio 2026, ha portato in carcere alcuni di loro, mentre per altri sono scattati i domiciliari o l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Nessun particolare, al momento, è trapelato sulla dinamica degli arresti né sui luoghi esatti dei sequestri.
L’inchiesta e gli sviluppi giudiziari
Le carte dell’indagine, ora al vaglio del gip e della procura distrettuale, lasciano intendere che il borsone da un milione di euro non sia mai stato ritrovato. E proprio questa assenza, paradossalmente, ha alimentato la spirale di violenza: più il denaro restava introvabile, più i sequestri si facevano frequenti e le torture si inasprivano. I carabinieri hanno ascoltato decine di testimoni, molti dei quali ancora sotto choc per quanto subito, e hanno raccolto tracce biologiche e reperti nei ruderi utilizzati come prigioni temporanee. La Dda di Roma ha coordinato ogni passaggio, evitando fughe di notizie che potessero compromettere le intercettazioni – e ce n’erano molte, stando ai riassunti investigativi. Nessuna bomba carta, per fortuna, ha mai ucciso o ferito gravemente, ma i danni alle auto e alle facciate degli edifici sono stati consistenti. I sei indagati, assistiti dai rispettivi difensori, compariranno nei prossimi giorni davanti al giudice per l’interrogatorio di garanzia. Ma il quadro, al momento, appare già pesante: sequestri di persona a scopo di estorsione, torture aggravate, atti di violenza privata e danneggiamento seguito da incendio. Un compendio, insomma, di quella ferocia che da mesi tiene banco silenziosamente tra le strade di Ostia e le sue periferie.




