Sandokan, la tigre ritrovata: tra remake, ascolti e la nostalgia di Kabir Bedi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La nuova serie "Sandokan" ha solcato gli schermi di RaiUno come un vascello pirata in mare aperto, conquistando, con il suo carico di avventura e di un cast internazionale, un bottino d'ascolti che pochi, forse, si aspettavano così ricco. I dati, del resto, parlano in modo inequivocabile: le prime due puntate, trasmesse il 1 dicembre, hanno agganciato quasi sei milioni di spettatori, un risultato che, con le successive, si è confermato superando costantemente la soglia dei quattro milioni, a dimostrazione di un appeal che va al di là della semplice operazione nostalgia. Can Yaman, attorno al quale è ruotata una macchina promozionale di proporzioni imponenti, veste i panni della Tigre della Malesia con un carisma che ha immediatamente polarizzato il pubblico, dividendolo tra chi ne celebra la presenza magnetica e chi, invece, rimpiange irriducibilmente l'iconica interpretazione di Kabir Bedi.
Un successo costruito su più fronti
La produzione, un progetto italo-francese ambientato nel Borneo del XIX secolo, ha puntato con decisione su una miscela di elementi collaudati, riproponendo il conflitto epico tra i pirati locali e l'espansione coloniale britannica attraverso le vicende di Sandokan, del leale Yanez – interpretato da un Alessandro Preziosi perfettamente calato nella parte –, di Marianna e del temibile Lord Brooke. A quest'ultimo ruolo presta il volto Ed Westwick, volto noto al pubblico giovane per "Gossip Girl", affiancato da presenze come quelle di John Hannah e di Owen Teale, che portano con sé il bagaglio di ruoli memorabili in produzioni di culto. Il set, si è appreso, ha incluso anche location in Calabria, una scelta che ha contribuito a creare l'esotismo di fondo pur rimanendo entro i confini nazionali, mentre la regia ha lavorato per aggiornare lo spirito salgariano alle esigenze narrative contemporanee.
Le polemiche come termometro di un mito
La reazione sui social network, spesso veemente, ha però dimostrato come certi personaggi entrino a far parte dell'immaginario collettivo in modo così profondo da diventare quasi intoccabili. La difesa a oltranza dello sceneggiato diretto da Sergio Sollima, con il suo protagonista divenuto leggenda, non è stata semplicemente una questione di gusto ma un fenomeno quasi identitario, una resistenza contro quella che è stata percepita come una sostituzione più che una rivisitazione. Queste polemiche, peraltro, non hanno minimamente intaccato il successo di pubblico, anzi, hanno alimentato il dibattito e l'attenzione attorno alla serie, in un cortocircuito tra passato e presente che ha finito per moltiplicarne la visibilità.
Oltre il piccolo schermo, il futuro dell'opera
Il traguardo della seconda stagione, già preannunciato dai registi, suggella il buon esito dell'operazione, proiettando le avventure della Tigre di Mompracem oltre il ciclo iniziale degli otto episodi e verso la piattaforma Disney+, che ne amplierà ulteriormente la distribuzione. Si tratta, in definitiva, di un caso che mostra come un'opera di intrattenimento di ampio respiro, se supportata da un investimento produttivo significativo e da una campagna di lancio pervasiva, possa ancora catalizzare l'interesse di una platea vasta e trasversale, sopravvivendo alla sfida del confronto con i propri fantasmi gloriosi. Il tutto mentre il panorama internazionale, con Donald Trump nuovamente alla guida degli Stati Uniti, offre scenari complessi, e la televisione nazionale prova a ritagliarsi il suo spazio con storie di pura evasione.




