Kabir Bedi a Sanremo, tra la gloria di Sandokan e il dolore per la morte del figlio

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nella prima serata del Festival di Sanremo 2026, in cui il tempo sembra piegarsi su sé stesso. Da un lato del palco, Can Yaman, trentaseienne attore turco che della lingua italiana ha fatto un mestiere dopo gli studi al liceo italiano di Istanbul, reduce dal successo del recente remake di Sandokan andato in onda su Rai 1 e ora chiamato da Carlo Conti a condurre la serata inaugurale al fianco suo e di Laura Pausini -1-5. Dall’altro, o forse subito dopo, ci sarà lui: Kabir Bedi, l’uomo che quel pirata dalla sensibilità romantica lo ha letteralmente inventato, prestandogli il volto per la prima volta nel 1976 e scolpendolo per sempre nell’immaginario collettivo di milioni di italiani -4. Quasi cinquant’anni separano le due versioni della Tigre della Malesia, eppure il palco dell’Ariston diventa il luogo ideale per una sorta di passaggio di testimone, se non altro simbolico, tra due interpreti che hanno vissuto il personaggio in epoche e con modalità profondamente diverse.

Kabir Bedi, che di anni ne ha compiuti ottanta lo scorso gennaio, arriva a questo appuntamento con il peso e la leggerezza di una carriera internazionale che pochi attori possono vantare. Nato a Lahore quando l’India era ancora un possedimento britannico, cresciuto in una famiglia colta e spirituale – il padre era un filosofo sikh, la madre una delle prime donne occidentali a diventare monaca buddista – Bedi ha attraversato il cinema di Bollywood, Hollywood e l’Europa con una naturalezza che pochi hanno avuto -9. Dopo Sandokan, la sua popolarità travalicò i confini: lo si ricorda come Gobinda, il braccio destro del cattivo in Octopussy della saga di James Bond, e come il principe Omar nella soap opera Beautiful, ruoli che gli hanno garantito una visibilità costante anche oltreoceano -4-9.

Ma la vita, per Kabir Bedi, non è stata solo passerelle e set cinematografici. Dietro lo sguardo magnetico e il portamento fiero, si nasconde una biografia segnata da ferite profonde, che lui stesso ha avuto modo di raccontare senza filtri nella sua autobiografia. Il capitolo più doloroso, quello che ancora oggi gli stringe la gola quando ne parla, riguarda la morte del figlio Siddharth. Nato dal primo matrimonio con la modella e ballerina Protima Gupta, Siddharth era un ragazzo intelligente, laureato in informatica, ma una forma grave di schizofrenia gli sconvolse l’esistenza, trasformandolo in una persona irriconoscibile e violenta -2. Nel 1997, a soli venticinque anni, decise di togliersi la vita. Un dolore che Kabir ha definito, in più di un’intervista, come il più grande che un genitore possa affrontare, accompagnato da un senso di colpa devastante: il dubbio di non aver saputo fare abbastanza, di non averlo potuto salvare -2-10.

Quello stesso periodo, poi, coincise con una delle fasi più buie anche sul fronte professionale ed economico. L’attore si ritrovò in bancarotta a causa di investimenti finanziari disastrati, perdendo lavoro e denaro in un vortice che lo lasciò emotivamente distrutto -3-10. Furono anni difficili, in cui la gloria di Sandokan sembrava un ricordo lontano. Eppure, Bedi ha avuto la forza di ricostruirsi, anche grazie all’affetto delle donne che ha incontrato. Si è sposato quattro volte – con Protima, con Susan Humphreys, con Nikki Vijaykar e infine, nel 2016, con Parveen Dusanj, una produttrice con cui sta insieme da oltre vent’anni e che oggi gli è accanto -4-9. Unioni, le sue, spesso finite, ma con le quali è sempre riuscito a mantenere un rapporto di amicizia, cosa di cui va particolarmente fiero.

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