Il mistero di Banksy si infittisce tra inchieste e mostre, e a Fano la domanda diventa esposizione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è una città nelle Marche, Fano, che mentre il mondo rincorre l’enigma dell’uomo dietro lo pseudonimo, ha già trasformato quella stessa domanda in una mostra. Accade mentre una nuova inchiesta giornalistica dell’agenzia Reuters torna a incendiare il dibattito internazionale, sostenendo di aver finalmente messo un nome, anzi due, sul più celebre e invisibile street artist del pianeta. Secondo i giornalisti Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison, che hanno ricostruito anni di indizi partendo dai graffiti apparsi in Ucraina nella tarda estate del 2022, dietro Banksy si celerebbe Robin Gunningham, un artista di graffiti nato a Bristol nel 1973 e che, per tutelare quell’anonimato che da sempre alimenta il suo mito, avrebbe in seguito legalmente cambiato nome in David Jones.
Dai testimoni in Ucraina ai documenti giudiziari di New York
Il lavoro dei cronisti si è concentrato inizialmente sul villaggio di Horenka, a pochi chilometri da Kiev, dove tra le macerie lasciate dall’occupazione russa erano spuntati alcuni murales la cui paternità era stata poi confermata dallo stesso artista. I residenti, intervistati dai reporter, hanno raccontato di aver visto due uomini, con il volto coperto, intenti a realizzare quelle opere in pochi minuti utilizzando bombolette spray e stencil. Da lì, l’indagine si è allargata, incrociando vecchie foto, video d’archivio e persino documenti giudiziari risalenti a un arresto avvenuto a New York nel lontano 2000, quando un uomo di nome Robin Gunningham venne fermato per un graffito su un cartellone pubblicitario e firmò una confessione manoscritta che oggi viene riesumata come prova regina. Emerge anche il rapporto, di collaborazione più che di identità, con Robert Del Naja, leader dei Massive Attack, da tempo nei ranghi dei sospettati: le indagini suggeriscono che i due, cresciuti entrambi nella scena di Bristol, abbiano effettivamente realizzato alcune opere a quattro mani, mettendo così a tacere le voci che volevano il musicista come l’unica mente dietro lo pseudonimo.
Il restauratore pavese e l’ombra di più mani sui muri
Proprio mentre l’attenzione mediatica si concentra sulla presunta identità anagrafica di Jones-Gunningham, arriva però una voce a complicare il quadro, suggerendo che la questione potrebbe essere meno lineare di quanto si creda. Alessandro Cini, un restauratore di Pavia che in più occasioni si è recato a Borodyanka, in Ucraina, per mettere in sicurezza i muri imbrattati dal writer, ha espresso un parere tecnico che getta ombre sulla teoria dell’artista singolo. Avendo osservato da vicino le superfici e le tecniche esecutive, Cini ha dichiarato di aver notato, nelle opere attribuite a Banksy, la presenza di più di una mano. Le possibilità, ragiona il restauratore, sono sostanzialmente due: o l’artista cambia tecnica con una frequenza tale da ingannare l’occhio di un professionista, oppure, più concretamente, dietro quei graffiti lavora effettivamente più di un artista. Un’opinione, la sua, che non smentisce le carte bollate dell’inchiesta giornalistica ma che introduce un elemento di complessità tecnica difficile da ignorare.
Il legale dell’artista e la difesa della privacy a ogni costo
Di fronte alla pubblicazione dell’inchiesta, la reazione del fronte legale di Banksy non si è fatta attendere, sebbene sia arrivata attraverso le vie formali. Il suo storico legale, Mark Stephens, ha scritto alla redazione di Reuters prima che l’articolo vedesse la luce, esortandoli a non divulgare i loro risultati. Nella sua comunicazione, Stephens ha dichiarato che l’artista non riconosce come corretti molti dei dettagli contenuti nell’indagine, sottolineando come svelare la sua identità violerebbe un diritto alla privacy che va ben oltre la semplice riservatezza. L’anonimato, ha argomentato il legale, non è un vezzo ma uno strumento che protegge la libertà di espressione, permettendo a un creativo di dire la verità al potere senza temere ritorsioni, censure o, nei casi più estremi, persecuzioni. Un monito, il suo, che solleva il dubbio se il diritto del pubblico a conoscere il volto di un’icona culturale debba prevalere sulla volontà dell’artista di rimanere nascosto, un dibattito che la mostra di Fano, in fondo, si limita a ospitare senza pretesa di risolverlo.




