Il grande inchiesta della Reuters su Banksy: dietro lo pseudonimo si cela Robin Gunningham, un artista di Bristol che nel frattempo ha cambiato nome
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Tre giornalisti investigativi della Reuters, Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison, hanno messo a segno un colpo che nel mondo dell'arte contemporanea rimarrà negli annali, riuscendo laddove in molti, nel corso degli anni, avevano tentato senza riuscirci: hanno dato un nome e un volto al mistero più celebre e pervicace della scena artistica internazionale, quello di Banksy. L’inchiesta, frutto di un lavoro certosino durato anni e basato sull’incrocio di decine di fonti, documenti giudiziari inediti e fotografie d'archivio, è partita da un'analisi dettagliata di un viaggio compiuto dall'artista in Ucraina nel 2022, quando realizzò alcune opere nelle zone devastate dalla guerra. Fu proprio seguendo le tracce di quel viaggio, e in particolare la presenza di un uomo che viaggiava insieme al fotografo Giles Duley e a Robert Del Naja, frontman dei Massive Attack, che i cronisti hanno potuto iniziare a dipanare la matassa.
Le prove schiaccianti: da un arresto a New York nel 2000 alla conferma definitiva
Il tassello fondamentale che ha permesso agli inquirenti giornalistici di chiudere il cerchio non è arrivato però dalle campagne ucraine, ma da un vecchio rapporto di polizia newyorkese risalente al settembre del 2000. In quella circostanza, un uomo era stato fermato mentre imbrattava un cartellone pubblicitario a Manhattan, e dopo essere stato condotto in centrale aveva firmato una confessione manoscritta nella quale aveva dichiarato il proprio nome e cognome: Robin Gunningham. A questo documento, che giaceva dimenticato negli archivi, si è aggiunta una fotografia scattata nel 2004 dal fotografo giamaicano Peter Dean Rickards, che ritraeva quello che tutti gli indizi portano a identificare come il vero Banksy, e la cui immagine combacia perfettamente con quella del Gunningham fermato a New York. La pista, che portava dritta a Bristol e all’anno di nascita 1973, non era nuova: già nel 2008 il tabloid Mail on Sunday aveva avanzato lo stesso nome, ma allora la notizia era stata accolta con scetticismo e non era stata suffragata da prove concrete. Oggi, la mole di indizi raccolti dalla Reuters, che gli stessi giornalisti definiscono “fuori da ogni ragionevole dubbio”, rende la ricostruzione ben più solida.
La svolta: la cancellazione del nome e la nuova identità legale
Se Robin Gunningham è il nome con cui Banksy è venuto al mondo, da circa un decennio e mezzo a questa parte l'artista avrebbe provveduto a cancellare legalmente ogni traccia di quel passato, assumendo un nuovo nome che appare oggi sui suoi documenti ufficiali: David Jones. La scelta, secondo quanto ricostruito, non è casuale: si tratta di uno dei patronimici più comuni in Gran Bretagna, un vero e proprio ombrello statistico sotto il quale passare inosservati, e inoltre richiama il nome di battesimo di David Bowie, il cui alter ego Ziggy Stardust ha più volte ispirato l'immaginario dell'artista, come nel celebre ritratto della Regina Elisabetta. A confermare indirettamente questo passaggio è stato l’ex manager e collaboratore di Banksy, Steve Lazarides, che in un'intervista ha dichiarato ai giornalisti di essere stato lui stesso, nel 2008, a organizzare le pratiche per il cambio di identità, aggiungendo, con una certa ironia, che il nome Gunningham "l'hanno ucciso anni fa". Una mossa, questa, che se da un lato protegge la privacy dell'artista, dall'altro ha permesso ai cronisti di seguire il nuovo filo: è infatti come David Jones, e non come Robin Gunningham, che l'uomo è rientrato in Ucraina nell'ottobre del 2022, varcando la frontiera polacca nello stesso giorno di Robert Del Naja.
L’impero commerciale e il silenzio dell’avvocato
Parallelamente alla caccia all’uomo, l'indagine ha fatto luce anche sul solido e florido apparato economico che ruota intorno al mito di Banksy, un impero fatto di sette società riconducibili all'artista e gestito attraverso la Pest Control Office, l'ufficio che dal 2008 certifica l'autenticità delle opere e che, stando ai bilanci depositati, ha accumulato negli anni un patrimonio netto di circa 5,7 milioni di sterline. Una struttura finanziaria complessa e articolata, che ha permesso all'artista di muoversi nel mercato dell'arte, raccogliendo centinaia di milioni di dollari in aste secondarie, pur mantenendo saldamente il controllo della propria immagine pubblica. Contattato dall'agenzia di stampa prima della pubblicazione del reportage, il legale storico di Banksy, Mark Stephens, pur non confermando ufficialmente l'identità del suo assistito, ha chiesto con insistenza di non divulgare i dettagli dell'inchiesta, sostenendo che rivelare il nome vero avrebbe violato la privacy dell'artista e, cosa ancora più grave, lo avrebbe esposto a rischi concreti per la propria incolumità fisica.




