Banksy è Robin Gunningham, ma ora vive sotto il nome di David Jones

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’enigma che avvolge da decenni la figura più iconica e sfuggente della street art internazionale potrebbe aver trovato una soluzione definitiva grazie a un’inchiesta condotta dall’agenzia Reuters. Il meticoloso lavoro dei giornalisti Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison, i quali hanno incrociato testimonianze, analisi video e documenti giudiziari inediti, ha portato alla luce quella che sembra essere la vera identità dell’artista noto come Banksy, e la storia, come spesso accade quando si parla di questo autore, riserva un ulteriore colpo di scena. Se già nel 2008 il Mail on Sunday aveva ipotizzato che dietro lo pseudonimo si celasse Robin Gunningham, un ragazzo di Bristol nato nel 1973, l’indagine dell’agenzia di stampa internazionale ha ora trovato le prove concrete per confermare quella teoria, aggiungendo però un particolare di non poco conto. Stando a quanto ricostruito, quell’uomo, nel corso degli anni e presumibilmente per proteggere quell’anonimato che è diventato parte integrante e fondamentale del suo mito, ha legalmente cambiato nome, diventando così David Jones, un nome talmente comune in Gran Bretagna da funzionare come una perfetta e impenetrabile copertura.

Il cuore dell’inchiesta, i cui dettagli sono stati riportati da numerosi organi di stampa, si è concentrato su un episodio chiave che ha permesso di iniziare a dipanare la matassa. Tutto è partito dalle opere apparse in Ucraina alla fine del 2022, murali realizzati a Horenka, nei pressi di Kiev, in segno di solidarietà verso la popolazione colpita dal conflitto, la cui paternità era stata confermata dallo stesso Banksy tramite i suoi canali social. I reporter di Reuters, visitando quei luoghi e parlando con i residenti, hanno iniziato a mettere insieme i pezzi del puzzle, scoprendo che in quei giorni, insieme a personaggi noti come il fotografo di guerra Giles Duley e Robert Del Naja dei Massive Attack, c'era una terza persona, il cui ingresso in Ucraina risultava registrato a nome David Jones. La sovrapposizione temporale e geografica con la comparsa dei graffiti, unita all’amicizia di lunga data tra Del Naja e l’artista – tanto da far ipotizzare una collaborazione artistica tra i due, con opere realizzate a quattro mani – ha fornito un indizio fondamentale.

L’arresto a New York e il cambio di identità

Ma il tassello decisivo per svelare il nome di battesimo originario è arrivato dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Analizzando vecchi documenti giudiziari e rapporti della polizia di New York, i giornalisti sono risaliti a un arresto avvenuto nel 2000. In quell’occasione, un uomo fermato per aver imbrattato un cartellone pubblicitario, un reato minore che rientra nella cronaca di ordinaria amministrazione per una metropoli americana, fornì agli agenti generalità precise: il suo nome era Robin Gunningham. Una firma autografa su una dichiarazione, una confessione scritta a mano, ha rappresentato per Reuters la prova regina, il documento che senza ombra di dubbio avvalorava la pista che portava a Bristol. Da lì, incrociando i dati con le vecchie ipotesi del 2008 e con le nuove informazioni sugli spostamenti in Ucraina, si è giunti alla conclusione che Robin Gunningham, per esigenze di privacy e sicurezza, abbia poi legalmente cambiato il suo nome in David Jones, presumibilmente poco dopo che il Mail on Sunday lo avesse indicato come il probabile Banksy.

La reazione della difesa e il diritto all’anonimato

Di fronte alla pubblicazione dell’inchiesta, che ha fatto il giro del mondo, il fronte legale dell’artista ha reagito prontamente, anche se in modo indiretto. Mark Stephens, il legale di Banksy, ha inviato una comunicazione alla Reuters chiedendo di non divulgare il reportage, sostenendo che ciò avrebbe violato la privacy del suo assistito e messo a repentaglio la sua sicurezza personale. Stephens ha ribadito con forza il concetto che l’anonimato, per un autore come Banksy, non è un semplice vezzo, ma uno strumento fondamentale a tutela della libertà di espressione, permettendogli di affrontare temi politici e sociali sensibili senza il timore di ritorsioni o censure. La compagnia che gestisce l’autenticazione delle sue opere, la Pest Control, interpellata sull’argomento, ha scelto la via del silenzio stampa, limitandosi a dichiarare che l’artista preferiva non rilasciare alcuna dichiarazione in merito.

L’ombra di Robert Del Naja e il sodalizio artistico

L’indagine, nel dipanare il mistero principale, ne ha chiarito anche un altro, che da anni alimenta dibattiti e teorie tra gli appassionati. Se molti sospettavano che il frontman dei Massive Attack, Robert Del Naja, noto anche come 3D, potesse essere lui stesso Banksy, l’inchiesta di Reuters esclude questa possibilità, definendo invece con precisione la natura del loro rapporto. Del Naja, anche lui attivo nella scena dei graffiti a Bristol negli anni Ottanta, è un collaboratore storico e stretto dell’artista. I due non solo condividono un passato e una provenienza geografica, ma è ormai accertato che abbiano realizzato alcune opere insieme, in un sodalizio creativo che ha portato alcuni media, in passato, a formulare ipotesi errate. La presenza di Del Naja in Ucraina insieme a David Jones/Robin Gunningham non faceva che confermare questa lunga e produttiva amicizia.

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