Il lungo elenco di indizi che ha portato a Robin Gunningham, al cambio di nome in David Jones e alla smentita dell’avvocato
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La macchina del fango, o forse dovremmo dire della verità giudiziaria, si è messa in moto partendo da un particolare quasi trascurabile, un dettaglio che solo un occhio investigativo poteva cogliere: un’ambulanza parcheggiata tra le macerie di Horenka, un villaggio ucraino devastato dai bombardamenti nell’autunno del 2022. Da lì, i giornalisti di Reuters Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison hanno iniziato a tessere una trama fatta di testimonianze oculari, documenti d’archivio e vecchie fotografie, arrivando a formulare un’ipotesi che, se confermata, toglierebbe il velo su uno dei misteri più longevi e affascinanti del contemporaneo: l’identità dell’artista noto come Banksy. Secondo l’inchiesta dell’agenzia di stampa, dietro lo pseudonimo si celerebbe Robin Gunningham, un graffitista nato a Bristol nel 1973, il cui nome circolava già come possibile soluzione dell’enigma sin dal 2008, quando fu il tabloid Mail on Sunday a lanciare per primo la pista.
La pista ucraina, le ambulanze e il fotografo con le protesi
L’indagine, che ha richiesto anni di lavoro, ha preso proprio grazie a quell’ambulanza. I giornalisti hanno mostrato agli abitanti di Horenka una serie di fotografie di presunti Banksy del passato, e molti di loro hanno riconosciuto tra i presenti al momento della realizzazione dei murales due figure chiave. La prima è Robert Del Naja, leader dei Massive Attack, da sempre indicato come uno dei possibili candidati a essere l’artista, ma che secondo Reuters sarebbe invece un suo storico collaboratore, una sorta di alter ego operativo. La seconda, ben più difficile da non notare, era Giles Duley, un fotografo e documentarista inglese che, in seguito all’esplosione di una mina in Afghanistan nel 2011, ha perso entrambe le gambe e un braccio. La sua presenza, confermata dallo stesso Banksy in un ringraziamento pubblico per il prestito di alcune ambulanze della sua fondazione, ha fornito un ancoraggio temporale e logistico fondamentale. Le verifiche sui valichi di confine hanno poi rivelato che Del Naja e un cittadino britannico di nome David Jones sono entrati in Ucraina il 28 ottobre 2022, per poi uscirne il 2 novembre, giorni in cui i murales sono comparsi.
L’arresto a New York, la confessione firmata e il cambio di nome
Il fascicolo si è arricchito ulteriormente con un colpo di scena proveniente dagli Stati Uniti. I giornalisti sono riusciti a recuperare i documenti relativi a un arresto avvenuto a New York il 17 settembre del 2000, quando un uomo fu sorpreso dalla polizia mentre imbrattava un cartellone pubblicitario della Marc Jacobs sul tetto di un palazzo. L’episodio, noto agli appassionati, era stato raccontato in un libro dall’ex manager di Banksy, Steve Lazarides, ma senza fornire né la data esatta né l’ubicazione. Attraverso un’attenta analisi di una fotografia pubblicata su Instagram da Lazarides, i reporter di Reuters hanno localizzato l’edificio e, incrociando i dati con i registri della polizia di New York, hanno ottenuto i fascicoli del caso. Il documento più importante, una confessione di colpevolezza, riportava una firma: quella di Robin Gunningham. A questo punto, Lazarides, contattato dall’agenzia, ha confermato di aver personalmente organizzato il cambio di nome del suo assistito dopo l’articolo del 2008, ammettendo che aveva scelto un nuovo nome, ma senza rivelarlo. Incrociando i dati catastali e societari, in particolare quelli di una società legata a Banksy i cui azionisti risultano essere due persone, una delle quali si chiama David Jones, e i registri di frontiera ucraini, il cerchio si è stretto: David Jones, l’uomo entrato in Ucraina con Del Naja, è nato lo stesso giorno e nella stessa città di Robin Gunningham, ovvero Bristol, il 1973.
Il silenzio dell’artista e le rimostranze del legale
Di fronte a questa imponente mole di indizi, che trasformano un’ipotesi giornalistica in una quasi certezza documentale, la reazione del fronte Banksy è stata affidata al suo avvocato, Mark Stephens. Questi ha scritto a Reuters contestando la ricostruzione, sostenendo che il suo assistito «non accetta che molti dei dettagli contenuti nell’inchiesta siano corretti». La strategia legale, come spesso accade in questi casi, punta a difendere la privacy e la sicurezza personale dell’artista, sottolineando come lavorare in anonimato gli abbia sempre permesso di operare senza il timore di ritorsioni, e come svelare la sua identità potrebbe esporlo a comportamenti morbosi o minacciosi da parte di fan e detrattori. L’artista, contattato direttamente, non ha risposto, mantenendo quel silenzio che da trent’anni è la sua cifra stilistica più riconoscibile.
Le implicazioni economiche e il sistema Pest Control
L’inchiesta, come è inevitabile che sia, non si è limitata a seguire le tracce fisiche di un uomo, ma ha anche esplorato il complesso sistema economico che ruota attorno al fenomeno Banksy. Al centro di questa galassia c’è il Pest Control Office, l’ente che funge da unico e inappellabile autenticatore delle opere. Secondo i dati raccolti da Reuters, dal 2015 le opere di Banksy hanno generato circa 248 milioni di dollari nel mercato secondario, un flusso di denaro che necessita di un controllo ferreo per evitare la proliferazione di falsi. La struttura societaria, volutamente opaca, vede azionisti e referenti che si celano dietro nomi comuni, come lo stesso David Jones. Questo aspetto, legato a doppio filo con la necessità di proteggere il marchio e gli acquirenti, dimostra come l’anonimato non sia solo una scelta artistica o ideologica, ma anche un pilastro di un’impresa commerciale globale, dove l’aura di mistero contribuisce in modo determinante a lievitare le quotazioni. L’operazione di Reuters, che ha scelto di pubblicare nonostante le pressioni legali, ha dunque squarciato un velo che copriva non solo un volto, ma anche un reticolo di interessi e strategie durato decenni.
Description: Un’inchiesta di Reuters svela l’identità di Banksy: sarebbe Robin Gunningham, poi legalmente diventato David Jones. Ecco gli indizi, dalla pista ucraina all’arresto a New York.




