Dal caso Pollard alle intercettazioni di Witkoff, la lunga guerra di spionaggio tra Usa e Israele

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   LONDRA – Nonostante la smentita ufficiale – “Noi non spiamo gli Stati Uniti” – arrivi dritta dall’ambasciata israeliana a Washington, il Pentagono ha già alzato il livello di allerta. Secondo le indiscrezioni raccolte dal New York Times e da Nbc News, il Mossad avrebbe cercato, nell’ultimo anno, di intercettare le conversazioni telefoniche di Steve Witkoff, il super negoziatore americano per i conflitti in corso a Gaza e contro l’Iran, oltre che di altri alti funzionari dell’amministrazione Trump.

L’obiettivo, sospettano gli analisti della Difesa Usa, era quello di sondare le reali intenzioni di Washington nei delicati negoziati con Teheran. La Defense Intelligence Agency (Dia) ha infatti riclassificato la minaccia di spionaggio israeliana come “critica”, il gradino più alto nella scala di valutazione interna, un’azione scattata dopo aver notato un intensificarsi delle attività di sorveglianza sui vertici americani che gestiscono il dossier Iran.

Il dossier della discordia e gli obiettivi monitorati

La frattura, come spesso accade tra alleati "obbligati", emerge nel momento in cui le strategie militari divergono. Se da un lato l’amministrazione Trump spinge per un cessate il fuoco e un’intesa diplomatica con l’Iran, dall’altro il premier israeliano Benjamin Netanyahu spinge per un’azione più dura, creando un solco che i servizi segreti hanno cercato di colmare con mezzi non proprio ortodossi. Secondo i rapporti trapelati, i soggetti sotto osservazione non si limitano al solo inviato Witkoff.

Nelle mappe del Dia finiscono anche Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per la Politica, e il suo vice Michael DiMino, figure chiave nella definizione delle linea del Pentagono in Medio Oriente. La valutazione, contenuta in un documento di sette pagine, sostiene che la capacità israeliana di condurre operazioni di spionaggio umano e tecnologico abbia raggiunto un “livello critico”, sorpassando di fatto la normale “tolleranza” che solitamente esiste tra nazioni che condividono intelligence e operazioni congiunte.

Incidenti sul campo e il peso del precedente Pollard

Non si tratta di semplici paranoie da guerra fredda, ma di episodi concreti che hanno minato la fiducia. Fonti della sicurezza americana hanno rivelato che, già nel 2021, ufficiali dell’intelligence militare israeliana erano stati sorpresi mentre tentavano di piazzare cimici negli uffici del quartier generale della Dia. Più di recente, sarebbe stata sventata una operazione dello Shin Bet – il servizio di sicurezza interna israeliano – finalizzata a installare un dispositivo di intercettazione in un veicolo dei Servizi Segreti americani.

Questi gesti, che riportano alla mente il clamoroso caso di Jonathan Pollard – l’analista della Marina Usa che negli anni ’80 vendette a Israele valigie di documenti top secret, rimasto incarcerato per trent’anni e recentemente candidatosi al parlamento israeliano – dimostrano come la diffidenza sia un sentimento ricorrente, seppur nascosto, nel rapporto tra i due alleati.

Lo stile "vulnerabile" di Trump e le intercettazioni selvagge

Un ulteriore elemento di vulnerabilità, segnalato dagli stessi funzionari americani, risiede nelle abitudini operative della nuova amministrazione. La tendenza di alcuni alti funzionari a utilizzare aerei privati per affari di Stato, l'impiego di telefoni personali per discutere questioni di sicurezza nazionale e il rifiuto di avvalersi dello staff delle ambasciate Usa all'estero – uno stile che contraddistingue l’era Trump – li rendono bersagli particolarmente facili per le spie, siano esse alleate o nemiche.

Un alto funzionare ha descritto l’aggressività delle operazioni di raccolta dati israeliane durante questo secondo mandato presidenziale come “fuori di testa” (“unhinged”), segnalando una escalation che va oltre il semplice campionario di intelligence tra amici. Il livello di allerta per Israele è ora più alto non solo di quello di qualsiasi altro alleato, ma persino superiore a quello di alcune nazioni considerate tradizionalmente ostili, segno che il sospetto è ormai diventato sistemico.

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